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- L'arte di stare in piedi nella tempesta
(Martedì, XV settimana del Tempo Ordinario) Cristo che piange su Gerusalemme, 1851, Ary Scheffer Letture della Messa: Is 7, 1-9 ; Salmo 47/48 ; Mt 11, 20-24 La domenica precedente, la liturgia ci avvertiva contro il pericolo di un cuore superficiale, quel terreno sassoso in cui la Parola spunta rapidamente sotto l’effetto di un fervore passeggero, ma si spegne non appena sopravviene il calore della prova perché manca di radici profonde. Ieri ancora, il Vangelo introduceva la spada della verità per tagliare le nostre false paci interiori. Oggi, le letture ci fanno compiere un passo in più in questa scuola della profondità: di fronte alle minacce storiche che scuotono il re Acaz o di fronte ai rimproveri severi che Gesù rivolge alle città della Galilea, scopriamo uma verità fondamentale: scoprire che il nostro vero dramma non è l'intensità della tempesta esterna, ma il nostro rifiuto di radicarci in Cristo. 1. Il panico del cuore senza radici Il testo di Isaia ci immerge nel cuore di una crisi geopolitica maggiore. Il piccolo regno di Giuda vede Gerusalemme accerchiata da una coalizione temibile: il regno d'Israele (il regno del Nord) e quello di Aram (la Siria). Il piano degli aggressori è semplice: rovesciare il re Acaz per insediare al suo posto un sovrano docile, capace di unirsi a loro nella guerra contro l'orco assiro. Di fronte a questa minaccia asfissiante, la Bibbia usa un'immagine di una forza psicologica dirompente: «Allora il cuore del re e o cuore del suo popolo furono scossi come i alberi della foresta sono scossi dal vento.» È il ritratto esatto del panico e dell'ansia che ci sommergono non appena i nostri appoggi visibili vengono meno. Quando le nostre sicurezze ordinarie — la salute, le finanze, una relazione o un progetto di vita — cominciano a vacillare, diventiamo precisamente come quegli alberi agitati dalla tempesta. La mente presa dalla paura ci fa dimenticare che le nostre radici profonde non dipendono dalle circostanze esterne, ma da Colui che tiene la storia tra le sue mani. Il profeta Isaia è inviato incontro al re con una consegna sorprendente: «Desti calmo, non temere, il tuo cuore non si smarrisca». Umanamente è una follia: come restare calmi quando il nemico è alle porte? Ecco dunque che Isaia introduce lo sguardo di Dio sulla storia: questi re che terrorizzano Acaz non sono per Dio che due pezzi di tizzoni fumanti, come ci dice il testo; fanno molto fumo, impressionano, ma non hanno più fuoco, sono già consumati. Il problema del re Acaz è che guarda alla potenza dei suoi nemici invece di guardare alla fedeltà del suo Dio. La nostra ansia è quasi sempre il sintomo di uno sguardo fisso sul problema piuttosto que sulla Promessa; vale a dire, si presenta sempre a Dio la dimensione dei nostri problemi invece di presentare ai nostri problemi la grandezza del nostro Dio. 2. Credere per resistere: il segreto della stabilità È in questo contesto che Isaia pronuncia questa frase che è una delle più belle definizioni della fede di tutto l'Antico Testamento: «Se non crederete, non potrete sussistere.» In ebraico vi è un gioco di parole intraducibile ma magnifico basato sulla radice amân (אָמֵן), che ha dato origine alla nostra parola Amen. Il profeta dice letteralmente: Im lo taaminou, ki lo teamenou (אִ֚ם לֹ֣א תַאֲמִ֔ינוּ כִּ֖י לֹ֥א תֵאָמֵֽנוּ׃ ס),, che tradotto sarebbe: «Se non vi appoggiate su Dio, non sarete stabili». La Fede, nella Bibbia, non è una semplice adesione intellettuale a verità astratte o un sentimento pio, no! La Fede è il gesto concreto di porre tutto il peso della propria esistenza su qualcuno di solido. È l'atteggiamento del lattante che si abbandona nelle braccia di sua madre, o dello scalatore che si fida della sua corda. Se rifiutiamo questo ancoraggio, passiamo la nostra vita a cercare sostegni/stampelle umane, alleanze politiche o psicologiche per rassicurarci. Ma chi conosce già la storia sa bene che il re Acaz finirà per rifiutare la fiducia in Dio per allearsi con l'altro nemico, i temibili Assiri, introducendo così il lupo nell'ovile. La sapienza biblica vuole farci comprendere che ogni volta che scegliamo di risolvere le nostre paure con compromessi mondani piuttosto che con la fiducia radicale in Dio, prepariamo la nostra rovina: la Fede è il solo suolo che non manca sotto i nostri piedi. 3. Il paradosso dell'indifferenza davanti ai miracoli Questa mancanza di fede e di ancoraggio profondo prende un volto ancora più tragico nel Vangelo, dove Gesù pronuncia invettive di una severità inaudita contro Corazin, Betsaida e Cafarnao. Cosa hanno fatto di così orribile per meritare di essere paragonate a Sodoma, il simbolo biblico della perversione? Nulla, per l'appunto, non hanno fatto nulla: non hanno perseguitato Gesù, non lo hanno scacciato… Di fatto, hanno semplicemente assistito ai suoi miracoli, hanno ascoltato i suoi insegnements, hanno trovato tutto ciò ammirevole... e hanno continuato la loro vita come prima, senza che nulla cambiasse. In realtà, Cafarnao era diventata la città stessa di Gesù, il luogo del suo quotidiano, là dove la manifestazione della sua divinità era diventata abituale, ed è precisamente questo il problema. Di fatto, il grande pericolo delle persone pie, dei familiari della religione, è l'abitudine: ci si abitua alla grazia, ci si abitua alla Messa, ci si abitua alla Parola di Dio… Allora l'azione quotidiana di Dieu, i miracoli, diventano eventi banali che divertono la nostra curiosità ma non toccano più il nostro cuore… La peggiore delle chiusure spirituali non è la rivolta, ma l'indifferenza delle persone sistemate; Tiro, Sidone e Sodoma, se avessero visto ciò che Cafarnao ha visto, «queste città, un tempo, si sarebbero convertite sotto il sacco e la cenere», segni di una conversione radicale. Il rimprovero di Gesù, dunque, è un appello pressante a uscire dal nostro sonnambulismo spirituale; la profusione di grazie che riceviamo impegna la nostra responsabilità. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La Liturgia di oggi ci offre l'occasione di compiere una scelta consapevole. Nel nostro quotidiano, siamo inevitabilmente confrontati con piccoli o grandi venti contrari che tenteranno di scuotere il nostro cuore. La Parola di Dio ci invita a non cercare la salvezza in agitazioni sterili o consolazioni superficiali, perché in realtà stare in piedi non dipende dall'assenza di difficoltà, ma dalla qualità della nostra Fede. Oggi, di fronte a una situazione che mi inquieta o mi irrita, posso decidere di fermarmi, di pronunciare un Amen consapevole e di dire: «Signore, non so come le cose si risolveranno, ma scelgo di appoggiarmi su di Te.» Non lasciamo che la grazia di questa giornata diventi solo un'ennesima vana abitudine. Preghiera Signore Gesù, il mio cuore è così spesso come gli alberi della foresta, agitato e terrorizzato dai venti dell'inquietudine e dalle minacce della vita quotidiana. Riconosco che ho spesso cercato di costruirmi delle fortezze di illusioni, appoggiandomi sulle mie sole forze o su sicurezze fragili che finiscono sempre per deludermi. Oggi voglio ascoltare il Tuo invito a custodire la calma e a non perdere il cuore. Ti chiedo la grazia di una fede autentica, quella che non chiede miracoli per divertirsi, ma che si abbandona umilmente alla Tua volontà. Guariscimi dall'indifferenza e dalla tiepidezza che mi fanno guardare i Tuoi benefici senza che la mia vita cambi. Vieni a scavare in me queste radici profonde che mi permetteranno di attraversare tutte le tempeste, con gli occhi fissi su di Te, mia sola cittadella incrollabile. Amen.
- A Espada da Verdade
(Lunedì, XV settimana del Tempo Ordinario) Gesù scacciando i mercanti dal Tempio è un dipinto realizzato dal pittore fiammingo Jacob Jordaens nel 1645-1650 Letture della Messa: Is 1, 10-17 ; Salmo 49/50 ; Mt 10, 34 – 11, 1 Il Vangelo di questo lunedì della 15ª settimana del Tempo Ordinario viene a scuotere una forma di torpore. Ieri la liturgia ci ricordava l'importanza dell'ascolto, di quel terreno interiore che deve accogliere il seme senza lasciarsi soffocare, mentre oggi, la Parola di Dio passa all'azione concreta ponendo una domanda di fondo: qual è la natura reale del nostro attaccamento a Cristo? Il profeta Isaia, nella prima lettura, comincia con una constatazione senza compromessi sulla religione di facciata, mentre Gesù, nel Vangelo di oggi, conclude le sue istruzioni ai discepoli con parole che tagliano come una lama: non si tratta di una minaccia, ma di un atto d'amore di un'immensa lucidità. 1. Il rifiuto del culto estetico Il profeta Isaia usa parole di una forte violenza da parte di Dio. In effetti, Egli si rivolge ai capi e al popolo paragonandoli a Sodoma e Gomorra, non a causa di una mancanza di pietà, mas precisamente a causa di un eccesso di pietà esteriore che serve da paravento all'ingiustizia. Dio dice che ha orrore dell'incenso, che è stanco delle feste e dei sacrifici. E perché questo atteggiamento così collerico da parte di Dio? Perché le mani di coloro che pregano sono piene di sangue. Nell'esegesi biblica, il termine utilizzato per le “vane offerte” (minchah shav, מִנְחַת־שָׁ֔וְא) evoca un culto vuoto, menzognero, senza valore, quindi un tentativo di manipolare la divinità offrendole cose per evitare di offrirLe la propria vita. Il salmo 49 viene ad appoggiare questa idea: Dio non ha bisogno delle nostre bestie, tutto gli appartiene (cf. vv. 10-13). Ciò che Egli desidera – ciò che è ben descritto nell'ultimo paragrafo del Salmo di oggi –, è un sacrificio di ringraziamento, vale a dire un'esistenza vissuta nella riconoscenza e nella rettitudine: «A chi regola bene il suo cammino mostrerò la salvezza di Dio» lo abbiamo recitato nel ritornello. Quindi, la prima lettura di oggi ci pone la diagnosi: il nostro dramma spirituale comincia quando separiamo la liturgia dalla vita, quando la preghiera diventa un rito estetico che non cambia nulla al nostro modo di trattare il debole, l'orfano o la vedova, vale a dire il prossimo in situazione di bisogno. 2. La spada che separa l'illusione dalla realtà È su questo sfondo di conversione radicale che risuona la parola di Gesù: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.» Queste parole scuotono la nostra sensibilità moderna, noi che cerchiamo spesso nella religione un calmante, uno spazio di benessere tiepido. Il termine greco utilizzato qui per la spada è machaira (μάχαιρα), una spada corta, un'arma ricurva per il combattimento ravvicinato che serve a tagliare nettamente. Il Cristo non è un tiranno che viene a spezzare le famiglie per piacere, no! Ma Egli constata una realtà spirituale: la verità del Vangelo introduce una divisione necessaria là dove regnava una falsa pace. Cos'è questa falsa pace? È il patto che stringiamo con il mondo, con i nostri compromessi, con il "che cosa dirà la gente", o persino con gli affetti umani quando essi diventano idoli. Se la pace significa tacere davanti alla menzogna per não creare difficoltà, per non preoccupare, allora Gesù rifiuta questa pace. La spada del Cristo è la sua Parola che penetra, come dirà più tardi la lettera agli Ebrei, fino alla divisione dell'anima e dello spirito, per rivelare le intenzioni del cuore (cf. lettera agli Ebrei 4,12-13). Gesù viene a separare ciò che è della vita da ciò che è della morte, ciò che è secondo la verità da ciò que è secondo la menzogna. 3. L'ordine dell'amore e il mistero della croce Gesù prosegue toccando ciò che abbiamo di più caro, vale a dire le relazioni familiari. «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me.» Sant'Agostino spiegava magnificamente che non si tratta di amare meno i propri cari, ma di amarli nel giusto ordine: se i nostri attaccamenti umani, per quanto legittimi siano, diventano l'assoluto della nostra vita, si trasformano in prigioni. Essere degni del Cristo significa accettare che lui solo sia il centro di gravità della nostra esistenza, ed è unicamente a partire da questa centralità che possiamo infine amare gli altri non più per ciò che ci apportano o per colmare un vuoto, ma di un amore libero e puro. È a questo punto che prende senso l'invito a prendere la sua croce: la Croce non è la ricerca morbosa della sofferenza, ma è il prezzo della fedeltà all'Amour. In questo Vangelo, allora, Gesù ci lancia un allarme: chi vuole custodire la propria vita a tutti i costi, evitando il conflitto della verità, finisce per perderla nell'insignificanza; ma colui che accetta di perdere la propria sicurezza per amore del Cristo scopre una vita ricevuta dall'alto, incrollabile, che persino un semplice bicchiere d'acqua dato al più piccolo viene a sigillare per l'eternità. Conclusione e applicazione per la nostra giornata Questa pagina di Vangelo ci invita a fare la verità sulle nostre motivazioni profonde. Allora oggi possiamo domandarci: dove sono i miei compromessi? Quali sono le false paci che mantengo nella mia vita per evitare di prendere posizione per il Cristo? La spada della Parola non viene per ferirci, ma per liberarci dai nostri idoli e dalle nostre pratiche religiose superficiali. La vera pace, allora, non è l'assenza di combattimento, ma la presenza del Cristo al culmine della tempesta. Scegliere il Cristo al primo posto significa accettare che certe relazioni o situazioni siano scosse, ma è il solo cammino necessario perché la nostra vita porti un frutto autentico. Preghiera Signore Gesù, il Tuo amore è esigente perché è vero. Ti chiedo oggi di lasciare che la Tua spada di verità attraversi il mio cuore. Perdonami per tutte le volte in cui ho cercato una pietà confortevole, una religione di superficie che non mi costa nulla e non cambia il mio sguardo sugli altri. Dammi il coraggio di metterTi al primo posto, al di sopra delle mie sicurezze, delle mie reputazioni e persino dei miei affetti più preziosi. Insegnami a perdere la mia vita per amore Tuo, per riceverla dalle Tue mani, purificata e radiosa. Che la mia giornata sia una sequenza di piccole scelte concrete di giustizia, di verità e di accoglienza del Tuo Regno. Amen.
- La folle generosità del Seminatore e il lavoro del suolo
(15a domenica del Tempo Ordinario - Anno A) Il seminatore, c.1888, Vincent van Gogh Letture della Messa: Is 55, 10-11 ; Salmo 64/65 ; Rm 8, 18-23 ; Mt 13, 1-23 Vi è una forma di spreco divino che dovrebbe saltarci agli occhi ogni volta che leggiamo l'Evangelo, e particolarmente in questa quindicesima domenica del Tempo Ordinario. Di fatto, siamo talmente abituati alla parabola del seminatore che dimentichiamo fino a che punto il comportamento di questo contadino sia paradossale, se non provocatorio per la nostra mentalità di efficacia e di redditività. Chi getterebbe del grano sull'asfalto, tra le pietre o in mezzo ai rovi? Eppure, è esattamente così che Dio agisce con noi. Per entrare pienamente nel mistero di questa pagina, dobbiamo sollevare gli occhi verso la promessa che il profeta Isaia formulava nella prima lettura. Dio vi afferma che la sua parola non ritorna mai a lui senza effetto, senza aver fatto germogliare la terra. La Parola di Dio non è una semplice informazione o uma morale in più, ma essa è un evento che compie sempre ciò per cui è stata inviata. Nella lingua ebraica, la parola Dabar (דָּבָר) significa al tempo stesso parola e azione, ciò significa che quando Dio parla, Egli fa. Pertanto, pensare che la Parola di Dieu dipenda unicamente dalle nostre competenze o dalla nostra santità è una sottile tentazione d'orgoglio. Il legame tra questi due testi – la prima lettura e l'evangelo – è il perno della nostra fede: la Parola ha un'efficacia intrinseca, una forza di risurrezione assoluta. Ma allora, perché l'Evangelo ci mostra così tanti fallimenti apparenti? Perché questa Parola, che porta in sé la potenza della pioggia di Isaia, finisce talvolta soffocata o inaridita? La risposta non si trova nella potenza del grano, ma nello stato della nostra libertà. Dio è un seminatore prodigo che rifiuta di selezionare i cuori prima di amarli. 1. La strada o il pericolo della distrazione superficiale Il primo terreno descritto da Gesù è la strada, il bordo della strada. Non si tratta di una cattiva terra in sé, ma è semplicemente una terra calpestata, diventata impermeabile a forza di vedere passare tutti. Questo descrive bene la nostra vita quando la lasciamo diventare un luogo di passaggio pubblico, senza intimità, senza interiorità. Quando la Parola cade sulla strada, essa rimane in superficie, e gli uccelli del cielo, che il Cristo identifica con il Maligno, non hanno alcuno sforzo da compiere per impadronirsene. Il dramma della nostra epoca non è spesso un'ostilità cosciente verso Dio, ma una distrazione cronica che rende lo spirito impermeabile. È impressionante vedere come vi siano persone che ci ascoltano meravigliate, ma nulla cambia: ci ringraziano, ma finisce lì; ma anche noi possiamo trovarci in questa stessa situazione. Di fatto, viviamo nel rumore, nell'urgenza, nello scorrimento incessante di informazioni e di immagini, il che fa sì che la nostra interiorità si indurisca a forza di essere calpestata da così tante sollecitazioni. La conseguenza è che la Parola non penetra perché non vi è più spazio di silenzio per accoglierla. È il pericolo di una fede puramente intellettuale o di una pratica abitudinaria e di rituali senza vita quasi automatizzati, in cui si ascoltano le parole senza mai lasciarle scendere nella profondità della nostra esistenza reale, delle nostre ferite e dei nostri desideri profondi. 2. Il terreno sassoso o la tentazione dell'emozione senza radice Il secondo suolo è più ingannevole, il terreno sassoso, perché vi è un po' di terra, il seme germoglia molto presto e l'entusiasmo è immediato. È la figura del credente che vive la sua fede al ritmo delle sue emozioni: finché il clima è caloroso, la liturgia è bella e la vita sorride, la fede sembra radiosa. L'esegesi biblica ci aiuta a comprendere che Gesù non parla della terra con dei sassi sparsi; il termine greco utilizzato nell'Evangelo è to petrôdes (το πετρώδες), che designa precisamente una configurazione geologica tipica della Palestina, e particolarmente della Galilea: una lastra di roccia calcarea continua, situata appena a qualche centimetro sotto la superficie del suolo, sotto un sottile strato di humus. La radice non può scendere. In un terreno come questo, non appena il sole brucia — vale a dire non appena sorgono la prova, il lutto, l'aridità spirituale o la semplice monotonia del quotidiano — la pianta secca. Pertanto, una fede che non prende radice nella volontà e nell'impegno fedele non può sopravvivere alla crisi. Il Cristo, dunque, ci avverte che la vita cristiana comporta la sua parte di tribolazione. Se la nostra relazione con Dio si basa solo sul benessere spirituale che ci procura, capitoliere al primo colpo di vento. Il calcare interiore, allora, dev'essere spezzato dalla scelta consapevole di rimanere fedele, anche nella notte della fede. 3. I rovi o la trappola della divisione del cuore Il terzo terreno è ingombrato. Il seme vi penetra, le radici crescono, ma deve condividere lo spazio con dei rovi che Gesù identifica chiaramente: le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza. È il dramma del cuore diviso: vogliamo Dio, ma vogliamo anche mantenere il controllo assoluto sulla nostra sicurezza materiale e sulla nostra reputazione. La parola "preoccupazione" qui non designa la giusta responsabilità umana – di fatto, Gesù non condanna il mondo in sé, né il lavoro, né le necessità della vita quotidiana –, ma quell'angoscia che corrode e che spinge a cercare la propria salvezza nelle cose di questo mondo. I rovi soffocano la Parola togliendole la luce e l'ossigeno. Ci si ritrova allora con una fede asfissiata, incapace di portare frutto o di compiere scelte profetiche. Non si possono servire due padroni, non perché Dio sia geloso in senso umano, ma perché il nostro cuore è troppo piccolo per contenere al tempo stesso l'infinito del suo amore e l'ossessione dei nostri idoli della sicurezza. Pertanto, perché il seme cresca, non basta pregare di più; bisogna accettare di potare, di tagliare i rovi della dispersione/distrazione per restituire al Cristo il primato della nostra attenzione. 4. La buona terra e la logica del centuplo Arriva infine la buona terra. Che cosa la rende buona? Non è l'assenza di debolezze o una purezza morale impeccabile, ma una terra che è stata arata, rivoltata, aperta; è il cuore di colui «che ascolta la Parola e la comprende», ci dice Gesù. Comprendere, nel senso biblico, non è semplicemente afferrare con l'intelligenza, è "prendere in sé", abbracciare la Parola al punto di lasciarla riconfigurare le nostre priorità. Questa buona terra produce frutto in modo vario: cento, sessanta o trenta per uno. Il Cristo rispetta il ritmo e la capacità di ciascuno, l'essenziale è la fecondità. Come ricordava Isaia, nella prima lettura, la pioggia non ritorna al cielo senza aver fecondato il suolo. Quando cediamo alla Parola, quando accettiamo che Dio ari le nostre certezze, la nostra vita diventa miracolosamente feconda, ben al di là delle nostre capacità naturali. Questa fecondità non è un successo umano, essa è il traboccare della vita divina in noi. Conclusione e applicazione per la vita Il messaggio di questa domenica è un appello a passare da una postura di spettatore della Parola a quella di un artigiano del nostro proprio suolo spirituale. Il Seminatore ha già dato tutto, il seme è perfetto e il sole della sua grazia brilla senza distinzione su ciascuno di noi. La domanda non è dunque mai: "Où est Dieu?", ma piuttosto: "A che punto sono con la mia terra?". Durante questa settimana che si apre, possiamo compiere atti concreti per lavorare il nostro suolo: Contro la strada calpestata, decidiamo di preservare ogni giorno cinque o dieci miuti di silenzio stretto dopo la lettura dei testi della liturgia del giorno, senza telefono né distrazione, per lasciare la Parola scendere in noi. Contro il terreno roccioso, scegliamo la fedeltà alla preghiera anche se non "sentiamo" nulla, poiché è nell'aridità che le radici affondano più lontano. Contro i rovi, individuiamo l'inquietudine materiale o la preoccupazione per lo sguardo degli altri che ci paralizza, e rimettiamola esplicitamente alla misericordia di Dio. Preghiera Signore Gesù, Seminatore infaticabile e paziente, ti ringrazio per la tua folle fiducia. Tu conosci le mie durezze, le mie leggerezze e questi rovi che, troppo spesso, invadono le mie giornate, eppure continui a gettare a piene mani il grano prezioso della tua Parola nel segreto della mia anima. Ti chiedo oggi la grazia di un cuore aperto. Vieni ad arare in me ciò che si è indurito lungo le delusioni e le abitudini. Spezza la roccia delle mie superficialità perché la mia fede non dipenda dalle mie sole emozioni, e dammi il coraggio di recidere i rovi dell'ansia che mi soffocano. Fa' di me, passo dopo passo, una terra umile, accogliente e feconda, capace di far maturare il tuo amore per la gioia del mondo e la gloria del tuo Nome. Amen.
- Il segreto del centuplo: quando perdere diventa un guadagno
(Sabato, sabato, XIV Settimana del Tempo Ordinario - S. Benedetto, abate; Festa in Europa) San Benedetto trionfa sulla tentazione gettandosi nudo in un cespuglio di spine, mentre un angelo combatte il demonio Affresco del refettorio dei monaci realizzato da Antonio Bazzi detto il Sodoma (1477 - 1549) che racconta la vita di San Benedetto (480 - 567) Letture della Messa: Pr 2, 1-9 ; Salmo 33/34 ; Mt 19, 27-29 La liturgia della domenica precedente ci ricordava con forza che il Regno di Dio si riceve nella gratuità, come un dono che ci supera e chiede il nostro abbandono. Lungo tutta questa settimana, abbiamo visto como questa sequela di Cristo esiga da noi una semplificazione interiore, un distacco dalle nostre false sicurezze. Oggi, celebrando san Benedetto, il grande padre del monachesimo occidentale, la Chiesa mette sotto i nostri occhi i testi propri della sua festa. È l'occasione ideale per immergersi in ciò che costituisce il cuore pulsante della vita spirituale: la ricerca assoluta di Dio e la promessa che vi è unita. Non ci inganniamo, i testi di questo sabato non si rivolgono unicamente ai monaci dietro le loro grate, essi parlano del nostro quotidiano, dei nostri attaccamenti e della nostra sete profonda di felicità. 1. Cercare la Sapienza como un tesoro nascosto La prima lettura, dal libro dei Proverbi, si apre su un invito pressante che risuona stranamente con l'avventura di san Benedetto: «Sì, se invocherai l'intelligenza e chiamerai la sapienza, se la ricercherai como l'argento e la scaverai como un tesoro nascosto…». La sapienza di cui parla la Scrittura non è un'accumulazione di conoscenze intellettuali, ma è l'arte di vivere secondo Dio, la capacità di vedere/leggere la realtà con i Suoi occhi. Ma il testo pone una condizione: questa sapienza esige uno sforzo, una tensione del cuore: «se la ricercherai… se la scaverai…». La vita spirituale non è una semplice ricreazione passiva, essa esige l'audacia di un cercatore d'oro. Il proverbio dice ancora che questa ricerca passa attraverso l'ascolto: «l'orecchio attento». È, d'altronde, la primissima parola della celebre Regola di san Benedetto: «Ascolta, o figlio…». Per ascoltare, bisogna fare silenzio, fare spazio. Il testo biblico ci dice che colui che cerca così «…allora comprenderai il timore del Signore». Questo timore non è la paura di un Dio punitore, ma il rispetto meravigliato davanti alla sua grandezza, il rifiuto di ferire o suo amore. Invitandoci a scavare il terreno della nostra vita per trovarvi questo tesoro, la prima lettura prepara il nostro cuore a comprendere la radicalità del Vangelo di oggi: ci mostra che per ottenere ciò che ha valore, bisogna accettare di lasciare ciò que è secondario. 2. La logica del calcolo di fronte alla logica del dono È a questo punto che il Vangelo di oggi ci raggiunge nella nostra umanità più grezza. Pietro, con la sua franchezza abituale, pone a Gesù la domanda che noi spesso custodiamo segreta nei nostri cuori: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; quale sarà dunque la nostra parte?». Ma non condanniamo Pietro troppo in fretta, perché la sua domanda è profondamente umana. Egli è entrato in una logica di scambio, di baratto, di contabilità. In sostanza chiede a Gesù: «abbiamo investito la nostra vita nel tuo progetto, qual è il ritorno sull'investimento?» Il dettaglio interessante è che Gesù non si indigna per questa domanda, Egli la accoglie e la sposta. Gesù vede bene che dietro questo calcolo vi è semplicemente la paura umana del vuoto, della mancanza e dell'insicurezza. Di fatto, il dramma della nostra vita è che confondiamo spesso possedere ed essere, pensiamo che ciò che possediamo ci definisca, mentre molto spesso questo ci incatena, ci rende schiavi. Rispondendo a Pietro, Gesù farà capovolgere i suoi discepoli da una mentalità di mercenari a una mentalità di figli: Egli non promette loro un premio di fine contratto, promette loro una trasformazione totale della loro esistenza. 3. La promessa del centuplo quaggiù La risposta di Gesù è una delle più audaci di tutto il Vangelo, perché Egli afferma che chiunque avrà lasciato case, fratelli, sorelle, padre, madre o campi a causa do suo nome, «riceverà il centuplo». Cos'è questo centuplo? Non è una promessa materiale o magica, come se Dio andasse a moltiplicare i nostri conti in banca, i nostri padri, madri, fratelli ecc. Il centuplo, in effetti, è l'esperienza di una libertà nuova, che ci permette di sperimentare/realizzare più intensamente la nostra esistenza: il Vangelo ci rivela che colui che non possiede più nulla possiede tutto in Dio. Quando si rinuncia a possedere le cose e le persone per amarle nel Cristo, le si ritrova in un modo infinitamente più bello, più intenso. San Benedetto ne è il testimone storico, perché ha lasciato la nobiltà e le ricchezze di Roma per rinchiudersi in una grotta a Subiaco, senza nulla. E cosa gli ha dato Dio? È diventato il padre spirituale di migliaia di monaci, i suoi monasteri sono diventati case di accoglienza per i poveri e i viaggiatori, e le sue terre hanno civilizzato l'Europa. Lasciando la sua piccola famiglia carnale, ha ricevuto una moltitudine di fratelli e di figli. Questo è il centuplo: un'intensificazione della vita. In realtà, Dio non toglie nulla, Egli dona tutto. Come dirà, più tardi, magnificamente san Giovanni della Croce: per gustare il tutto, non volere aver gusto di nulla; per possedere il tutto, non volere nulla possedere. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La festa di san Benedetto ci spinge a fare il punto sui nostri stessi attaccamenti; di fatto, la domanda di Pietro rimane posta a ciascuno di noi: siamo ancora in una fede di calcolo, ad attendere che Dio convalidi i nostri meriti, o accettiamo di rischiare la nostra vita sulla sua semplice parola? La felicità di cui parlano i Proverbi non si trova nell'accumulazione, ma nell'orientamento di tutto il nostro essere verso la Sapienza, verso il Cristo. Per la nostra giornata, prendiamo il tempo per un esame di coscienza, per interrogarci seriamente: qual è il piccolo «qualcosa» que rifiuto di lasciare oggi? È um risentimento, il bisogno di avere sempre ragione, una sicurezza materiale che mi angoscia? Facciamo l'esperienza della fiducia. Doniamo questo poco a Dio, distacchiamocene per amore, e apriamo le mani per ricevere il centuplo di pace e di gioia che Egli ha preparato per noi. Preghiera Signore Gesù, Tu vedi le mie paure e i miei calcoli. Tu sai quanto ami le mie piccole sicurezze e le mie abitudini, e come, come Pietro, mi capita di domandarTi cosa guadagnerò a servirTi. Perdona la mia mancanza di fede e la piccolezza del mio cuore. Sull'esempio di san Benedetto, dammi il coraggio di nulla preferire al Tuo amore. Vieni a educare o mio orecchio perché io cerchi la Tua sapienza come un tesoro prezioso. Liberami dalla paura della mancanza e dall'illusione del possesso. Voglio investire tutto sulla Tua Parola, certo che Tu non Ti lasci mai vincere in generosità e che la Tua presenza nella mia vita è il solo vero centuplo che riempie il mio cuore. Amen.
- La vulnerabilità abitata: quando la debolezza diventa testimonianza
(Venerdì, XIV Settimana del Tempo Ordinario) Fra Angelico: Martirio di san Lorenzo, tra il 1447 e il 1449 Letture della Messa: Os 14, 2-10 ; Salmo 50/51 ; Mt 10, 16-23 La liturgia di questi ultimi giorni ci ha condotti al cuore di un paradosso che scuote tutte le nostre logiche umane. Com efetti, la domenica precedente, ascoltavamo il Cristo invitarci al riposo e alla gratuità, ricordandoci che il Regno dei Cieux non si compra a colpi di prestazioni, ma si riceve nello stupore di essere amati senza merito. Ieri ancora, il profeta Osea ci mostrava la tenerezza sconvolgente di un Dio che si prende cura di noi come un neonato contro la sua guancia, mentre Gesù ci chiedeva di partire in missione totalmente leggeri, senza oro né argento. Oggi, questo spogliamento prende una svolta più radicale e quasi spaventosa. Gesù non ci nasconde nulla della realtà: questa leggerezza e questa gratuità evangeliche não vanno a disarmare il mondo, esse vanno, talvolta, a irritarlo! Passare dalla gratuità ricevuta alla persecuzione subita sembra un salto brutale. Eppure, vi è un filo d'oro invisibile che unisce queste letture, ed è il filo della fiducia assoluta. Questo venerdì, la Parola nella Liturgia ci invita a scendere di un gradino nel nostro abbandono: dopo aver rinunciato alle nostre sicurezze materiali, siamo chiamati a rinunciare alla sicurezza delle nostre proprie forze e dei nostri propri discorsi per lasciare posto allo Spirito. 1. Spezzare l'idolo dell'autosufficienza Per comprendere il realismo del Vangelo, dobbiamo anzitutto ascoltare la conclusione del magnifico libro di Osea che la prima lettura ci offre oggi. Il profeta lancia un appello pressante al ritorno, mas un ritorno ben specifico: «Non chiameremo mais più “dio nostro” l’opera delle nossas mani». Ecco il cuore del problema dell'uomo, l'idolo che fabbrichiamo tutti i giorni. L'idolo non è un'altra divinità che rivaleggia contro Dio, né soltanto una statua di pietra, ma è piuttosto tutto ciò che costruiamo con as nostre proprie forze per rassicurarci, per convincerci che possiamo salvarci da noi stessi: è la nostra reputazione, il nostro bisogno di avere ragione, le nostre strategie umane di difesa, ecc… La risposta di Dio portata dal profeta a questo rinnegamento è di uma pura bellezza: «Io li amerò di un amore gratuito... Sarò como rugiada para Israele». Quindi, la guarigione delle nostre infedeltà comincia precisamente là dove cessiamo di divinizzare le nostre proprie opere. Finché contiamo sui nossos cavalli e sulle nostre corazze psicologiche, rimaniamo impermeabili alla grazia. Dio può essere la nostra rugiada solo se accettiamo di riconoscere la nostra aridità. È questa rottura con l'autosufficienza che prepara il discepolo a entrare nella logica sconcertante della missione che Gesù va a descrivere. 2. Il paradosso della pecora in mezzo ai lupi Nel Vangelo, Gesù usa un'immagine di um realismo percuotente: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo a lupi». Umanamente parlando, questa strategia è una follia, un errore tattico assoluto; non si mandano animali indifesi in mezzo a dei predatori. La reazione logica della pecora davanti al lupo sarebbe di tentare di farsi crescere le zanne, di diventare essa stessa un lupo per sopravvivere. È la nostra tentazione permanente nella vita di fede e nelle nostre relazioni: o facciamo finta di essere come i lupi, di essere come la gente del mondo e ci nascondiamo per não rivelare la nostra identità di cristiani; o cerchiamo di rispondere alla durezza con la durezza, all'aggressività del mondo con un'arroganza spirituale o una rigidità difensiva. Ma il Cristo rifiuta questa via d'uscita, Egli mantiene l'identità della pecora. Lo fa per farci comprendere che essere cristiani non significa sviluppare tecniche di sopravvivenza aggressive, ma accettare una vulnerabilità radicale perché il nostro vero difensore non è di questo mondo. E dopo Gesù continua chiedendoci di associare due qualità che sembrano escludersi: la prudenza del serpente e la semplicità della colomba. La prudenza non è la codardia o il calcolo politico, è il realismo affilato che sa scorgere il male senza lasciarsi affascinare da esso; mentre la semplicità non è l'ingenuità stupida, è la purezza di un cuore che rifiuta di lasciarsi contaminare dall'astuzia e dall'odio del lupo. Il discepolo guarda il pericolo in faccia, ma custodisce le mani e il cuore disarmati. 3. Lo Spirito del Padre vostro: la fine dell'ansia apologetica Il punto culminante del testo tocca la nostra paura più intima, vale a dire quella di non essere all'altezza, di non sapere cosa rispondere di fronte all'ostilità, al disprezzo o alla contraddizione. Nel suo discorso, Gesù evoca i tribunali, le sinagoghe, i governatori. Per noi, oggi, per o nostro contesto ordinario, non pensiamo subito a persecuzioni sistematiche contro i cristiani, perché prima di arrivarci – anche se in certi contesti del mondo ci si è già –, questo discorso di Gesù prende forma molto spesso in una cena di famiglia in cui la nostra fede viene derisa, in un ambiente professionale in cui i nostri valori vengono calpestati, o semplicemente in quella solitudine interiore di fronte a un mondo che non comprende più la nostra scelta di seguire il Cristo. La consegna è liberante: «Non preoccupatevi di come parlare o di che cosa dire... non sarete infatti voi a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro che parlerà in voi». Il segreto della perseveranza cristiana non risiede nella nostra eloquenza o nelle nostre competenze intellettuali, ma nella nostra capacità di fare silenzio per lasciare che lo Spirito prenda il cambio. Santa Teresa d'Avila diceva che il più grande danno per l'anima è voler difendere se stessa. Quando smettiamo di irrigidirci sulla nostra difesa, la nostra impotenza diventa il trono della potenza di Dio. La testimonianza più percuotente non è mai una lezione di teologia ben impacchettata, ma la pace inspiegabile che emana da una persona che si fida in mezzo alla tempesta: è lo Spirito del Padre che si rende visibile attraverso le crepe della nostra debolezza accettata. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La Parola di questo giorno ci disinstalla profondamente. Ci chiede di guardare as nossas paure in faccia, non per scoraggiarci, ma per cambiare punto d'appoggio. Il Cristo ci promette che la perseveranza è possibile, non perché siamo forti, ma perché il Padre è fedele. Per la nostra giornata concreta, l'applicazione è semplice e esigente: individuiamo il luogo o la relazione in cui ci sentiamo attualmente come una pecora in mezzo ai lupi, cioè là dove avvertiamo aggressività, incomprensione o pressione. Prendiamo la decisione deliberata di non nasconderci o di non tirare fuori le unghie. Rifiutiamo l'ironia, la battuta tagliente o la giustificazione ansiosa. Di fronte a una critica o a una situazione stressante oggi, facciamo una pausa di un secondo, respiriamo interiormente e diciamo semplicemente: «Spirito Santo, è la Tua ora, parla e agisci Tu stesso attraverso di me, se vuoi, per la Tua più grande Gloria». Scegliamo la pace della colomba. Preghiera Signore Gesù, Tu la bussola della mia vita, vedi i miei tremori e la mia paura istintiva di soffrire o di essere respinto. Tu sai quante volte cerco di fabbricare i miei idoli, di difendermi con as minhas proprie parole e le mie povere strategie umane. Mi affatico spesso a voler essere forte da me stesso. Oggi, desidero deporre le armi. Ti chiedo la grazia della prudenza e della semplicità. Dammi di non temere il mondo, ma di amarlo con questo amore gratuito che Tu hai riversato nel mio cuore. Quando l'incomprensione si leva, quando le mie parole si rivelano impotenti, vieni a fare silenzio in me. Che io non cerchi più di salvare la mia immagine, ma che io lasci il Tuo Spirito Santo essere la mia forza, la mia parola e la mia pace. Mi rimetto nelle Tue mani, certo che la mia piccolezza è il Tuo spazio sacro. Amen.
- L'audacia della gratuità: dalla tenerezza del Padre alla leggerezza dell'apostolo
(Giovedì, XIV Settimana del Tempo Ordinario) Il ritorno del figlio prodigo, di Rembrandt van Rijn, 1668. Il dettaglio delle mani del Padre, una maschile, l'altra con tratti più materni, posate sulle spalle del figlio inginocchiato. Letture della Messa: Os 11, 1-4.8c-9 ; Salmo 79/80 ; Mt 10, 7-15 Domenica scorsa, siamo stati raggiunti da questa parola liberante di Cristo che ci invitava a trovare il nostro ristoro in Lui, a deporre infine il giogo così pesante delle nostre prestazioni e delle nostre ansie. Oggi scopriamo la vera fonte di questo ristoro dell'anima: la tenerezza incomprensibile, e si potrebbe dire quasi irrazionale, di Dieu. Il grande dramma dell'esistenza umana è credere ostinatamente che dobbiamo comprare l'amore; di fatto, ci esauriamo a dimostrare, giorno dopo giorno, que siamo degni di essere amati: dai nostri cari, dalla società, da noi stessi e, tragicamente, anche da Dio; raramente la nostra religiosità è gratuita… Eppure, la liturgia di questo giovedì viene a frantumare questa logica mercantile con una grande dolcezza. Il profeta Osea, nella prima lettura, ci dona a contemplare il cuore vulnerabile di Dio, un Dio che soffre per amore, che se comporta come un genitore smarrito di tenerezza di fronte al suo figlio ribelle. Ed è precisamente questa esperienza viscerale dell'amore divino – la compassione di Gesù – che rende possibile l'esigenza radicale che Gesù pone ai suoi apostoli nel Vangelo: partire sulle strade senza alcun bagaglio. La missione non comincia mai da un'ingiunzione morale, un ordine, un comandamento, no! La missione sgorga come la conseguenza naturale dello stupore di essere stati amati per nulla. In altri termini, il missionario è colui che se sente spinto a gridare al mondo intero: «io sono amato di un amore incondizionato, e voi che mi ascoltate, sappiate bene che lo siete anche voi.» 1. La memoria di essere stato follemente amato Nella prima lettura, Osea dispiega uno dei linguaggi più sconvolgenti di tutta la storia biblica. Qui si scopre che Dio non sta a distanza dietro il banco di un tribunale, ma Egli è colui che si china, che sostiene, que nutre. «A un bimbo insegnavo a camminare... lo trattavo come un neonato che si solleva fin contro la propria guancia». Ma ecco la grande tragedia umana: più il figlio riceve, più si allontana per andare a sacrificare ai Baal. Gli idoli ci rassicurano perché sono manipolabili – creati da mani umane –, mentre l'amore vivo di Dieu implica il rischio di una vera relazione: preferiamo spesso il controllo spirituale all'abbandono amoroso. Se applicassimo la nostra logica umana a questa constatazione descritta dal profeta Osea, un tale tradimento – que è o nostro – meriterebbe la condanna; lo si giudicherebbe persino come un atto imperdonabile. Ma la reazione divina è un capovolgimento assoluto: «Il mio cuore si rivolta dentro di me; al tempo stesso le mie viscere fremono.» Ed ecco lo stupore dell'azione divina: Dio sceglie di essere Dio, e non uomo. La Sua giustizia não è a nostra, è a sua Misericordia infinita – un concetto che il nostro ragionamento non potrà mai cogliere, ma che possiamo accettare. La vera conversione non nasce mai dal terrore di un castigo, essa si produce quando la nostra corazza si incrina sotto il peso della memoria di questo amore gratuito e incondizionato. Non dobbiamo diventare perfetti per essere amati; è perché siamo incondizionatamente amati che potremo, un giorno, diventare migliori. Senza questa certezza impressa nel fondo dell'anima, la vita cristiana non è che un moralismo estenuante e deplorevole! 2. Lo scandalo della gratuità: si dona solo ciò che si è ricevuto È unicamente alla luce di questa tenerezza paterna che bisogna leggere il Vangelo di Matteo. Gesù affida ai Dodici un potere immenso: guarire, purificare, scacciare. Poi Egli aggiunge l'assioma fondamentale di tutta la vita spirituale: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.» Il Cristo non invia professionisti della religione o filosofi arroganti, ma Egli invia dei miracolati. Di fatto, contempliamo qui che fin dall'inizio Gesù invia uomini che erano paralizzati dalla paura, lebbrosi per il peccato, morti nelle loro disperazioni, e che sono stati risuscitati gratuitamente per grazia. Se vivi la tua relazione con Dio come un contratto commerciale — io ti do le mie preghiere, Tu mi dai la Tua protezione —, trasmetterai agli altri una fede rigida, giudicante e angosciante. Ma se hai fatto l'esperienza del volto di Dio incollato al tuo – come è descritta la relazione di Dio verso il suo popolo nella prima lettura –, allora la tua semplice presenza diventerà una buona novella. Il Regno dei Cieli non si comunica attraverso argomentazioni tecniche, ma per il traboccare inevitabile di un cuore che è stato percosso dalla gratuità divina: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.» In realtà, non siamo che mendicanti che indicano ad altri mendicanti dove si trova il Pane della vita. 3. La povertà evangelica, uno spazio per la Provvidenza Il seguito delle istruzioni di Gesù sembra quasi una follia, perché Egli dice agli apostoli di non prendere nulla, né oro, né argento, né sacca pour il viaggio, né tunica di ricambio. Perché esigere un tale spogliamento? Perché i nostri bagagli, siano essi materiali, intellettuali o affettivi, creano l'illusione tenace che siamo i padroni della nostra esistenza. Abbiamo questa tendenza ad accumulare sicurezze proprio per non dover dipendere da Dio, perché in realtà não siamo ancora sicuri di Lui. Santa Teresa d'Avila ricordava con forza che colui che ha Dio non manca di nulla. I bagagli ci appesantiscono il passo e ci rendono sordi alla dipendenza gioiosa verso il Padre. Il Cristo ci spoglia non per impoverirci, ma perché le nostre mani siano finalmente libere, libere di ricevere e libere di donare. La povertà richiesta qui è lo spazio vuoto che lasciamo deliberatamente in noi affinché la Provvidenza possa entrarvi e manifestarsi, spesso attraverso il volto e l'ospitalità di coloro che incontriamo. «Se qualcuno non vi accoglie e non ascolta le vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi.» Questo gesto non è una maledizione orgogliosa, è la salvaguardia della nostra stessa libertà e il rispetto assoluto di quella altrui, perché di fatto la verità si propone sempre, non si impone mai. Lasciare la polvere significa rifiutare di conservare l'amarezza del fallimento per continuare ad avanzare, leggeri, verso chi attende la Buona Novella. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La Parola di questo giorno ci convoca davanti a uno specchio esigente. Verifichiamo i nostri stessi bagagli: di cosa siamo inutilmente carichi oggi? Siamo appesantiti da vecchi rancori, dal bisogno ossessivo di tutto prevedere, dalla paura viscerale di mancare di qualcosa, dalla voglia di dimostrare que abbiamo ragione? L'applicazione concreta per questa giornata è di compiere consapevolmente un atto di pura gratuità, in memoria della gratuità di Dio per noi. Ascoltiamo un collega senza guardare l'orologio; rendiamo un servizio silenzioso senza aspettare il minimo grazie; cediamo il passo; lasciamo da parte la voglia di avere l'ultima parola… Facciamo l'esperienza concreta della leggerezza, lasciamo che la pace che portiamo in noi si depositi dolcemente nei luoghi in cui viviamo. Preghiera Signore Gesù, Tu che conosci la mia tendenza costante a voler tutto controllare, a cercare sicurezze là dove non c'è che sabbia. Vieni a guarire il mio cuore di mercante. Perdonami per tutte quelle volte in cui fuggò il Tuo amore perché mi fa paura, perché è troppo grande, troppo gratuito, e perché preferisco la strettezza dei miei stessi meriti. Ti prego di insegnarmi la leggerezza del Vangelo. Aiutami a lasciare andare i bagagli pesanti delle mie paure e dei miei giudizi. Fammi la grazia di ricordarmi incessantemente che sono stato salvato gratuitamente. Che io possa oggi, con la povertà di un cuore pacificato, offrire uno sguardo di speranza, una parola di pace e un po' della tenerezza immensa che il Padre ha per me. Amen.
- Dal cuore diviso alla chiamata che unifica la vita
(Mercoledì, XIV Settimana del Tempo Ordinario) Vocazione dei primi Apostoli di Domenico Ghirlandaio, 1481 Letture della Messa: Os 10, 1-3.7-8.12 ; Salmo 104/105 ; Mt 10, 1-7 Domenica scorsa, il Cristo spezzava le nostre solitudini attraverso un invito impresso nel più profondo della nostra memoria spirituale: «Venite a me, voi tutti que siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» ; siamo fatti per Dio, il nostro ristoro si trova solo in Lui solo. Questo ristoro non è una semplice assenza di fatica, è la riscoperta di una Presenza, il luogo in cui la nostra esistenza cessa di essere un combattimento permanente per diventare un'accoglienza. Oggi, in questo mercoledì della quattordicesima settimana, la Parola di Dio viene a illuminare ciò che, in noi, fa ostacolo a questo ristoro divino. Perché le nostre vite rimangono così spesso stanche, agitate e inaridite, simili al deserto? I due testi di oggi, quello del profeta Osea e il Vangelo di Matteo, si uniscono per mostrarci che la radice del nostro esaurimento risiede nella dispersione del nostro cuore. Di fronte ai nostri tentativi di fabbricare i nostri piccoli rifugi, Gesù pone un atto radicale: Egli chiama, Egli nomina ed Egli raduna. 1. La vite rigogliosa e la tragedia du cuore diviso Il profeta Osea usa un'immagine magnifica e terribile, dice «Israele era una vite rigogliosa» che, invece di rendere grazie per la sua abbondanza, usa i suoi stessi frutti per moltiplicare gli altari ai falsi dei. È esattamente ciò che facciamo con la nostra libertà quando essa dimentica la sua sorgente. Spesso ci capita che il Signore ci benedica, Egli rende la nostra vita più bella, ma come faceva il popolo d'Israele – «più ricco era il suo suolo, più ricchi faceva gli altari; più bella era la sua terra, mais belle faceva le stele» –, cioè questo riflesso o tendenza a riporre la nostra sicurezza, privilegiare e attaccarci ai doni piuttosto che al Donatore. Osea allora pronuncia la frase centrale del suo messaggio: «Il loro cuore è diviso, ora espieranno». La parola ebraica qui utilizzata per «diviso» è חָלַ֥ק (khaw-lak’), che evoca una divisione interna, un cuore viscido, che non sa più appoggiarsi sulla roccia, essere liscio, viscido, falso. Ovviamente un cuore diviso è un cuore che si esaurisce, l'esatto opposto del ristoro promesso domenica scorsa. Quando viviamo divisi tra il desiderio di Dio e il bisogno di controllare tutto con le nostre sole forze, creiamo il nostro esilio, cioè provochiamo la nostra distruzione interna e ci troviamo come in una terra straniera, lontani dalla nostra stessa identità e da Dio. Ecco perché Osea dice: «il Signore spezzerà i loro altari, distruggerà le loro stele» ; gli idoli che costruiamo finiranno per crollare come schiuma sulla superficie dell'acqua. Anche se si tratta di un atto forte, violento di Dio verso di noi, bisogna sapere che Egli non distrugge le nostre opere per gelosia, ma Egli spezza le nostre false sicurezze per evitarci di perire con esse e ritrovarci nella condizione di esiliati. Ecco perché grida attraverso il profeta: «Seminate per voi secondo giustizia e mietete secondo bontà; dissodate il vostro terreno incolto, perché è tempo de cercare il Signore, finché egli venga e diffonda su di voi la giustizia.» 2. Gesù chiama e nomina la nostra realtà Di fronte a questa umanità dal cuore diviso, a questa messe abbondante ma dove gli operai sono pochi (cf. finale del Vangelo di ieri), il testo del Vangelo si apre con un gesto forte da parte di Gesù, di una forza inaudita: «Chiamò a sé i suoi dodici discepoli…» Là dove il peccato disperde, il Cristo raduna. Interessante che Egli non comincia con il dare loro una dottrina o una lista di regole, ma Egli crea una relazione para poi inviarli. Ciò che è affascinante in questo racconto è l'enumerazione meticolosa dei nomi dei dodici Apostoli, il che ci rivela che, di fatto, Dio ci conosce nella nostra singolarità più intima, e questa lista ne è la prova concreta. Guardiamo più da vicino questa lista: essa associa opposti che, umanamente, avrebbero dovuto uccidersi a vicenda. Vi si trova, per esempio, Matteo «il pubblicano», che collaborava con l'occupante romano, e Simone «il Cananeo» (lo Zelota), che apparteneva a un movimento di resistenza armata contro Roma. Vi è Pietro, il generoso ma fragile, e Giuda Iscariota, quello stesso che lo tradì. Ciò ci rivela che il Signore non sceglie uomini perfetti o uniformi, Egli sceglie storie concrete, ferite, contraddizioni viventi. Iscrivendo il nome di Giuda fin dall'inizio della missione, il Vangelo ci mostra che Gesù non esclude nessuno dalla sua intimità, anche se sa fin dove a nostra libertà pode scivolare. Quindi, essere chiamati per nome significa accettare che il Cristo entri nella nostra stessa realtà, con le nostre ombre e le nostre luci, per riportarvi l'unità. E non dimentichiamo mai che a quegli uomini Egli «diede loro potere di scacciare gli spiriti impuri e di guarire ogni malattia e ogni infermità». 3. La missione comincia dalle pecore perdute Le istruzioni di Gesù ai suoi Apostoli possono sorprenderci: «Non andate fra i pagani... rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele.» Questa scelta non è un rifiuto degli altri popoli, ma è una priorità teologica e pastorale di grande profondidade. Le pecore perdute d'Israele sono precisamente coloro che avrebbero dovuto conoscere l'Alleanza ma si sono smarrite, coloro il cui cuore è diventato simile alla vite di Osea: sterile a forza di cercare falsi pastori. Nella nostra vita spirituale, questa consegna risuona in modo molto personale. Prima di voler evangelizzare il mondo intero o di risolvere i problemi degli altri, dobbiamo lasciare che il Cristo evangelizzi le nostre stesse zone diventate pagane. Le pecore perdute sono all'interno di noi: sono i nostri scoraggiamenti, i nostri dubbi, le nostre rabbie trattenute, i nostri momenti in cui agiamo come se Dio non esistesse. Il Regno dei Cieli è vicino, non come una conquista esteriore, ma come una presenza che viene ad abitare le nostre povertà. La missione cristiana non consiste nell'apportare una verità dall'alto di un pulpito, ma nel testimoniare, come un mendicante che ha trovato del pane, che la tenerezza del Padre è accessibile qui e ora. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La Parola di Dio oggi ci invita a una chiarificazione interiore. Prendiamo un istante per guardare la nostra vita con lucidità e benevolenza: dove si situano le mie divisioni in questo momento? In quali certezze umane ho cercato una sicurezza illusoria che mi allontana dal vero ristoro dell'anima? L'applicazione concreta per la nostra giornata è di ridiscendere nel nostro cuore per ascoltare il Cristo pronunciare il nostro nome. Non fuggiamo le nostre fragilità o le nostre contraddizioni e non nascondiamole al Signore. Come i Dodici, lasciamo che il Signore associ le nostre povertà alla sua potenza di guarigione. Oggi, di fronte a una situazione difficile o a una relazione tesa, non seminiamo il vento della critica o dell'inquietudine. Proclamiamo piuttosto, attraverso la nostra pazienza, il nostro ascolto e il nostro sorriso, che il Regno è vicino, cambiando così il nostro piccolo pezzetto di mondo in una terra pronta per la mietitura. Preghiera Signore Gesù, Tu conosci i recessi del mio cuore e i momenti in cui la mia vita si disperde lontano da Te. Vieni a guarire il mio cuore diviso che cerca tante false sicurezze invece di abbandonarsi anzitutto alla Tua grazia. Grazie perché non mi chiami perché sono degno, ma perché mi ami gratuitamente. Tu conosci il mio nome, i miei limiti e i miei dubbi, eppure Tu Ti fidi di me. Ti affido oggi le pecore perdute della mia anima, le mie paure e le mie ferite. Prendile tra le Tue mani, diffondi su di esse la Tua umidità di giustizia e di guarigione. Fa' di me uno strumento della Tua pace, capace di testimoniare intorno a me, con i miei atti più che con le mie parole, che il Tuo Regno è vicino e che il Tuo amore è l'unico necessario. Amen.
- Uscire dal mutismo spirituale per entrare nella mietitura della grazia
(Martedì, XIV settimana del Tempo Ordinario) Gesù che guarisce un sordomuto, su uno sfondo composito di antiche rovine romane, Bartholomeus Breenbergh 1625 / 1650 Letture della Messa: Os 8, 4-7.11-13 ; Salmo 113b/115 ; Mt 9, 32-38 Domenica scorsa, il Senhor Gesù ci rivolgeva uno degli inviti più sconvolgenti di tutto il Vangelo: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.» Ci chiamava a deporre i nossos fardi, a metterci alla sua scuola, quella di un cuore mite e umile, per trovare il vero sollievo delle nostre anime. In questo martedì della quattordicesima settimana, la liturgia viene a scavare questa promessa mostrandoci ciò che ci impedisce, concretamente, di gustare questo riposo divino. I nostri fardelli più pesanti non vengono sempre dall'esterno; di fatto, nascono spesso dalla nostra incapacità di ascoltare Dio e dalla nostra tendenza tenace a fabbricare idoli per colmare il nostro vuoto interiore. Gesù viene oggi a spezzare questo circolo vizioso per introdurci nella vera libertà dei figli di Dio. 1. La trappola degli idoli e la tempesta delle nostre vite Il profeta Osea, nella prima lecture, pone una diagnosi di un'impressionante attualità sul cuore umano. Descrive un popolo che si agita, che prende decisioni politiche e spirituali senza consultare Dio, e che usa le proprie ricchezze per fabbricarsi degli idoli. La sentenza spirituale è immediata: «Essi seminano vento e raccoglieranno tempesta». Non è una punizione arbitraria che Dio invia dall'alto del cielo, è il meccanismo stesso del peccato, conseguenza della loro scelta: quando riponiamo la nostra fiducia in ciò che esce dalle nostre stesse mani, nelle nostre prestazioni, nei nostri diplomi o nelle nostre sicurezze materiali, edifichiamo la nostra esistenza sul nulla. Il vento che seminiamo è questa illusione di autosufficienza, e la tempesta che ne risulta è l'angoscia profonda che ci sommerge quando queste false sicurezze crollano. Il salmista prolunga questa riflessione con un'ironia che dovrebbe farci riflettere: gli idoli «hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono...» E aggiunge questa verità antropologica maggiore: «Sia come loro chi li fabbrica». San Giovanni della Croce diceva che è proprio dell'amore assimilare l'amante all'amato: finiamo sempre per assomigliare a ciò che adoriamo; se adorate il denaro o il potere, il vostro cuore diventa duro, freddo e calcolatore. L'idolatria ci taglia fuori dalla relazione viva, ci fissa, ci rende insensibili e ci rinchiude in un mutismo profondo in cui diventiamo incapaci di ascoltare la voce dell'Amore e di parlare la lingua della gratuità. 2. Il mutismo spezzato e il rifiuto della novità È precisamente questa condizione umana che Gesù incontra nel Vangelo, dove gli viene presentato un uomo che si trova sotto il potere di un demonio che lo rende sordo e muto: il demonio lo ha messo nell'incapacità di comunicare. Sul piano biblico e teologico, esiste un legame indissociabile tra l'ascolto e la parola, vale a dire que per poter parlare una parola vera, bisogna anzitutto aver ascoltato, perché senza l'ascolto, la parola può non corrispondere alla realtà. L'avversario delle nostre anime comincia sempre col tagliare il nostro ascolto della Parola di Dio, ci rende sordi alla Sua bontà, per impedirci di leggere, vedere, comprendere la realtà e la verità; e una volta che siamo sordi alla promessa dell'Amore rivelata domenica scorsa, diventiamo incapaci di una vera comunicazione, e allora la nostra bocca non sa più che lamentarsi di tutto e contro tutti, giudicare o rinchiudersi in un silenzio di morte. Nel racconto del vangelo di oggi, non appena il demonio viene scacciato, l'uomo comincia a parlare e la folla è piena di ammirazione. Ma i farisei, rinchiusi nelle loro certezze rigide, rifiutano di vedere la novità di Dio e affermano: «Egli scaccia i demoni per opera del principe dei demoni». Questo atteggiamento dei farisei rivela il culmine del mutismo e della sordità spirituale, poiché davanti alla Vita che erompe e che libera, preferiscono rinchiudersi nel sospetto e nella teoria. Questo stesso pericolo dei farisei ci insidia ogni volta che preferiamo i nostri sistemi di pensiero rigidi e le nostre abitudini comode all'inatteso della grazia… Essi rifiutano il ristoro che Gesù offre perché vogliono rimanere padroni della propria salvezza e, come abbiamo ben ascoltato domenica scorsa, a loro il Padre nasconde i Suoi segreti. 3. Le viscere di compassione e l'appello della mietitura Il testo del vangelo continua: «Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.» Davanti a questa umanità ferita, stanca e divisa, lo sguardo di Gesù cambia tutto. Matteo nota con grande profondità esegetica: «Vedendo le folle, ne sentì compassione». Il termine greco utilizzato qui è σπλαγχνίζομαι (splagchnizomai), spesso tradotto con "mosso da compassione", ma che in realtà evoca un sussulto delle viscere (poiché le viscere sono considerate la sede dell'amore e della pietà nella cultura biblica); questo termine indica anche l'amore materno più viscerale. Gesù non guarda le folle con il disprezzo dei farisei, né con l'opportunismo dei re d'Israele denunciati da Osea. Gesù vede la nostra angoscia profonda, le nostre vite stanche e sfinite como pecore que non hanno pastore, che vagano di idolo in idolo senza trovare ristoro. Di fronte a questo spettacolo, la reazione di Gesù não è quella di condannare, ma Si volge ai discepoli per cambiare la loro prospettiva. In effetti, laddove noi spesso non vediamo che un deserto spirituale, una folla ostile o problemi insolubili, Egli vede una promessa: «La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi». Il bene è già lì, nascosto sotto la sofferenza, pronto per essere raccolto dall'amore. Un dettaglio molto interessante di questo racconto è che, davanti a questa realtà, il primo atto che Gesù chiede non è un attivismo frenetico, ma un atto di fede e di abbandono: «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Pregare per la mietitura significa rifiutare di confessarsi vinti dal male, significa conformare il nostro cuore alla compassione di Gesù per diventare, a nostra volta, servitori capaci di sollevare e raddrizzare i nostri fratelli; atteggiamento possibile unicamente se abbiamo un cuore come quello di Gesù: capace di una vera compassione. Conclusione e applicazione per la nostra giornata Per avanzare oggi su questo cammino di guarigione, prendiamo un istante per fare il punto nel segreto del nostro cuore: quali sono gli idoli sottili che ho la tendenza a fabbricare per rassicurarmi, al rischio di seminare il vento dell'agitazione? Vi sono zone della mia vita in cui sono diventato sordo alla voce del Signore e muto di fronte ai bisogni del mio prossimo? Gesù ci chiama oggi a lasciare il cinismo dei farisei per entrare nella Sua stessa compassione. Guardiamo la nostra famiglia, il nostro luogo di lavoro e il nostro mondo non con amarezza, ma con gli occhi di Cristo, che sa vedere la mietitura là dove gli altri non vedono che rovi. Lasciamo che Egli apra i nostri orecchi alla Sua Parola perché la nostra bocca possa annunziare la Sua bontà lungo tutta questa giornata. Preghiera Signore Gesù, Tu che apri gli orecchi dei sordi e sciogli la lingua dei muti, vieni a visitare oggi le mie stesse paralisi interiori. Tu conosci i fardelli sotto i quali fatico e le false sicurezze nelle quali cerco troppo spesso un riposo illusorio. Purifica il mio cuore da tutti i suoi idoli muti che mi rendono insensibile alla Tua presenza. Apri il mio ascolto alla dolcezza della Tua voce, affinché la mia parola sia liberata per lodarTi e per dire parole di consolazione intorno a me. Dammi, Signore, il Tuo sguardo di compassione sulle folle del nostro tempo. Non permettermi di giudicare o di disperare, ma fa' di me un umile e gioioso operaio della Tua messe, bruciante dal desiderio di far conoscere il Tuo amore. Amen.
- Dalla paura all'intimità: il tocco che ridona la vita
(Lunedì, XIV Settimana del Tempo Ordinario) La risurrezione della figlia di Jairus, 1871, di Ilya Efimovich Repin Letture della Messa: Os 2, 16.17b-18.21-22 ; Salmo 144/145 ; Mt 9, 18-26 Tutti noi portiamo in noi l'eco della liturgia di questa domenica appena trascorsa; questo invito di Cristo a trovare il riposo, a prendere su di noi questo giogo così dolce e così leggero del Suo amore, risuona ancora nei nostri cuori. Ed ecco che i testi di questo lunedì vengono a spiegarci concretamente come entrare in questo riposo interiore. Di fatto, i testi ci parlano di un passaggio indispensabile per la nostra salute spirituale: passare da una religione del timore a una relazione di intimità, lasciare l'agitazione della folla per il silenzio che guarisce. 1. Il deserto, luogo dei fidanzamenti divini Il profeta Osea, nella prima lettura, ci offre oggi una delle pagine più sconvolgenti dell'Antico Testamento: Dio guarda il suo popolo (la sua sposa) infedele. In una logica puramente umana, da questa terra, Egli dovrebbe punirlo, abbandonarlo, respingerlo. Ma cosa fa il Signore? Decide di sedurlo, riconducendolo al deserto. Questo dettaglio è capitale, perché il deserto non é qui il luogo dell'aridità o della morte, ma è il luogo in cui non vi sono più distrazioni, non vi sono più idoli rassicuranti, non vi sono più illusioni di potenza. È il luogo di un faccia a faccia autentico. Ma il deserto è anche il luogo in cui il popolo ha conosciuto il Signore dopo la liberazione dall'Egitto: Dio vuole ricordargli il primo amore, l'amore dell'inizio, la condizione del popolo quando Dio lo ha sposato e l'amore incondizionato che Dio gli ha rivelato. E là, nel cuore di questa nudità, Dio fa una dichiarazione sorprendente: «Mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone» (in ebraico, il termine utilizzato per padrone é Baal, che era il dio della fertilità, e che qui designa il proprietario). Ecco il cuore del problema della nostra vita spirituale! Molto spesso trattiamo Dio come un altro dio, e dunque come un padrone esigente, un datore di lavoro con cui avremmo un contratto di buona condotta, mentre Egli si presenta a noi come uno sposo pazzo d'amore. Lo Sposo non cerca schiavi efficienti o impiegati irreprensibili, ma Egli mendica cuori aperti. Accettare che Dio sia il nostro sposo significa precisamente accettare di portare quel famoso "giogo leggero" del Vangelo di ieri: il giogo di una relazione basata sulla misericordia e non sulla contabilità dei nostri meriti. 2. L'emorragia dell'anima e il coraggio della fragilità È esattamente questa dinamica di uno Sposo che cura e che salva che vediamo in atto nel Vangelo di Matteo. Il Vangelo ci racconta di una donna che si avvicina a Gesù, e soffre di emorragie da dodici anni. Possiamo immaginare per un istante quale dovesse essere il suo stato fisico e psicologico. Il sangue, nella mentalità biblica, è la vita, e questa donna perde letteralmente la vita a fuoco lento, goccia dopo goccia. E proprio perché il sangue è la vida – e quindi sacro –, la legge religiosa del suo tempo la rendeva ritualmente impura; non poteva dunque toccare nessuno sotto pena di trasmettere la sua impurità. Questa donna, dunque, é l'immagine perfetta delle nostre stesse perdite di energia vitale: le nostre ansie costanti, i nostri peccati ripetuti, i nostri compromessi e questo sentimento permanente di non essere mai all'altezza. Ma notate bene il suo atteggiamento: ella non si ferma davanti a Gesù per fargli un grande discorso giustificativo; ma si insinua da dietro, nell'anonimato di una folla pressante, e tocca la frangia del suo mantello. È un atto di un'audacia inaudita; la vera fede non è una fortezza di certezze intellettuali incrollabili, ma la capacità di tendere la nostra miseria verso la santità di Dio senza aver paura di essere respinti. E Gesù non si adira, Egli non la rimprovera per la sua impurità, ma Si volta, incrocia il suo sguardo e le dona il più bello dei titoli: «Figlia mia». Chiamandola così, Egli la reintegra nella sua dignità di figlio di Dio; e il semplice contatto con lo Sposo è bastato ad arrestare l'emorragia. 3. Far tacere il rumore per lasciare che la Grazia ci risollevi Tuttavia, la trama del Vangelo non si ferma qui. Questo miracolo si produce sulla strada di un altro dramma: la figlia di un capo della sinagoga che è appena morta. Una piccola nota di esegesi biblica si impone qui per cogliere la profondità del testo. L'evangelista Marco, nel suo racconto parallelo, precisa che questa giovane aveva dodici anni, esattamente il numero di anni di agonia della donna che soffriva di emorragie: quando la bambina è nata, la donna ha cominciato a morire. L'evangelista, unificando le due storie, vuole dirci che il Cristo è venuto ad abbracciare tutta la nostra storia umana, dalle sue nascite fino alle sue agonie, collegando tutte le nostre povertà. Quando Gesù arriva alla casa della giovane morta, si trova di fronte al rumore: i suonatori di flauto, la folla che si agita, il rituale della disperazione. Gesù dice loro: «Allontanatevi. La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Perché la vita ritorni, Gesù compie un gesto forte: mette tutti fuori. Qui siamo davanti a una legge spirituale decisiva per noi oggi: finché lasciamo che il rumore del mondo, il cinismo, l'agitazione sterile e le derisioni domino il nostro paesaggio interiore, non possiamo ascoltare la voce di Colui che risveglia. «Messa fuori la folla, egli entrò, le prese la mano e la bambina si alzò.» Gesù prende la giovane per la mano nell'intimità di um silenzio sacro. Come diceva così splendidamente san Giovanni della Croce: «Il Padre non ha detto che una parola, che è suo Figlio, e la dice sempre in un eterno silenzio, ed è nel silenzio che l'anima la ascolta». Il Cristo non si spaventa delle nostre morti interiori, dei nostri blocchi paralizzanti; per Lui, la nostra morte non è che un sonno… Basta allora fare silenzio e lasciarLo prendere per mano perché ci alziamo. Conclusione e applicazione per la nostra giornata Come possiamo vivere questa immensa luce fin da oggi? Cominciamo con il guardare con onestà a ciò che "perde" nella nostra vita, le nostre emorragie… Quali sono queste emorragie di pazienza, di speranza, di gioia o di amore puro che ci esauriscono nel quotidiano? Non cerchiamo di essere subitamente forti, performanti o "presentabili" prima di volgerci a Dio, ma accostiamoci a Lui con la nostra realtà, anche maldestramente. Tocchiamo il bordo del Suo mantello oggi attraverso un gesto semplice: una preghiera breve nel mezzo del nostro lavoro, uno sguardo silenzioso verso una croce, la lettura lenta di un salmo… E soprattutto, lasciamo da parte l'immagine di un Dio "Padrone" che giudicherebbe le nostre incapacità. Accogliamo lo Sposo che ci invita al deserto interiore, lontano dal rumore, per prenderci per mano e rimetterci in piedi. Preghiera Signore Gesù, Tu lo Sposo fedele e buono, Ti affido oggi le mie aridità e le mie emorragie interiori. Tu conosci le mie fatiche, quei momenti in cui la vita sembra sfuggirmi e in cui non mi sento più capace di amare né di avanzare. Perdonami di guardarTi così spesso come un giudice severo quando Tu non sei che tenerezza. Fa' tacere in me il frastuono delle mie paure e l'agitazione del mondo che mi circonda. Dammi l'audacia di questa donna malata: che io possa, non fosse che sfiorare il bordo del Tuo mantello per attingervi la Tua grazia salvifica. Prendimi per mano, Signore, laddove mi sento morto, sollevami dolcemente e conducimi nel deserto del Tuo amore. Amen.
- Il riposo dei piccoli e la Vita secondo lo Spirito Santo
(14a domenica del Tempo Ordinario - Anno A) Cristo consolatore di Carl Bloch (XIX secolo) Letture della Messa: Zc 9, 9-10 ; Salmo 144/145 ; Rm 8, 9.11-13 ; Mt 11, 25-30 La vita moderna assomiglia spesso a una corsa di fondo in cui i vincitori sono i forti, sono i più veloci, i performanti. Attraversiamo le nostre giornate esausti dal dovere di riuscire, di portare risultati, di mantenere al massimo il controllo su tutte le situazioni e, poiché siamo così stanchi, sfiniti, sentiamo il bisogno di essere riconosciuti, di apparire, visto tutto lo sforzo che facciamo. L'Vangelo (la buona novella) è che proprio a questa umanità stanca la liturgia della quattordicesima domenica del Tempo Ordinario si rivolge con una delicatezza sconvolgente. I testi di questo giorno non vengono ad aggiungere un'esigenza morale o una legge in più alle nostre agende già sovraccariche, ma, al contrario, aprono una breccia di libertà. Di fatto, il Signore ci invita a uno spostamento interiore radicale: lasciare la logica della performance per entrare in quella dell'abbandono, l'unico spazio in cui l'anima trova finalmente il suo vero riposo. 1. Il Re che disarma le nostre guerre interiori Per entrare nel Vangelo di questo giorno, dobbiamo anzitutto ascoltare il profeta Zaccaria nella prima lettura. La sua profezia è uno shock per la nostra immaginazione, perché, di fatto, quando pensiamo a un re capace di risolvere le crisi e di portare la pace, visualizziamo la potenza, qualcuno che è forte, carri da guerra, cavalli da combattimento, strategie politiche implacabili, pieno di risorse… Ma Zaccaria annuncia un re che viene povero e cavalcando un asinello, il piccolo di un'asina. Per l'esegesi biblica, l'asino non è il simbolo della stupidità, ma la cavalcatura dei tempi di pace, al contrario del cavallo, che è l'animale della conquista militare. Questo re non si impone con la forza, ma disarma. Il testo ci dice che farà scomparire le armi di guerra da Efraim e da Gerusalemme (regno del Nord e regno del Sud d'Israele). Spiritualmente, questa prima lettura ci mostra che Dio non viene a salvare la nostra vita utilizzando le armi di questo mondo; allo stesso modo, Egli non viene a rispondere alla nostra violenza con una violenza sacra, né al nostro orgoglio con una potenza schiacciante. Ma questo Re pacifico viene a raggiungerci nella nostra povertà per “spezzare l'arco di guerra” che puntiamo spesso contro noi stessi, contro gli altri e contro Dio. Questo testo ci annuncia che la pace profonda comincia quando accettiamo che il Signore entri nella nostra vita senza le nostre armature, senza artifici, e quando accettiamo di deporre le nostre stesse armi di difesa e di giustificazione. 2. Il paradosso della conoscenza divina Nel Vangelo di oggi, Gesù esplode in una lode che è una vera rivelazione sul funzionamento del Regno. Egli ringrazia il Padre per aver nascosto i segreti del cielo ai dotti e ai sapienti per rivelarli ai piccoli. La prima domanda da porsi è: chi sono questi dotti e sapienti? Non sono le persone intelligenti o istruite in senso umano, ma coloro che sono pieni di sé, coloro che pensano di sapere tutto di Dio, della vita e degli altri; sono gli spiriti autosufficienti, bloccati nelle loro certezze intellettuali o religiose, chiusi alla sorpresa della grazia. Al contrario, i piccoli, in greco νήπιος (népios), designano letteralmente i lattanti, coloro che non parlano ancora, coloro che dipendono totalmente dall'altro per vivere. Essere un piccolo secondo il Vangelo significa adottare un atteggiamento di apertura, di ricettività. San Giovanni della Croce spiega magnificamente che, per entrare nella sapienza divina, l'anima deve spogliarsi delle proprie luci umane e acconsentire a una forma di ignoranza sacra, poiché Dio supera infinitamente i nostri concetti: accettare e volere andare oltre. La verità di Dio non si conquista con lo sforzo della mente, essa si riceve attraverso la povertà del cuore. I misteri del Padre non sono enigmi da risolvere, ma una relazione da vivere, un'intimità che il Figlio unico vuole condividere con coloro che accettano di aver bisogno di Lui. 3. Il giogo che liberta e il segreto della mitezza È allora che Gesù pronuncia questo invito così caloroso: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi». Egli propone uno scambio sorprendente: «Prendete sopra di voi il mio giogo». A prima vista, la parola giogo evoca la sottomissione, la schiavitù, lo strumento di legno che lega i buoi per arare la terra. Ma, nel contesto del giudaismo dell'epoca, il giogo designava la Legge di Mosè, che gli scribi e i farisei avevano reso pesante, minuziosa, colpevolizzante, impossibile da portare per il popolo semplice. Gesù dice: cambiate giogo, «Sì, il mio giogo è dolce e il mio peso leggero». Perché il giogo di Gesù è leggero? Perché il Suo è il giogo dell'amore, e l'amore non pesa. Inoltre, nella tradizione agricola, il giogo era spesso doppio: legava un animale giovane e inesperto a um animale più forte ed esperto che tirava il grosso del carico. Prendere il giogo di Gesù não significa camminare da soli com nuove regole, significa essere legati a Lui. Significa avanzare al Suo ritmo, consapevoli dei propri limiti, della propria realtà, sapendo che è Lui che porta il più pesante dei nostri fardi, delle nostre colpe e delle nostre ansie. «…perché sono mite e umile di cuore»: la Sua mitezza non è una debolezza, ma al contrario è una forza immensa che non spegne mai il lucignolo fumigante, un'umiltà che si abbassa per risollevarci. 4. Vivere secondo lo Spirito per superare l'esaurimento della carne San Paolo, nella seconda lettura, viene a fornire una chiave teologica essenziale per comprendere come portare questo giogo leggero nel quotidiano: di fatto, egli oppone la carne e lo Spirito. La carne, nel linguaggio paolino, non è semplicemente il nostro corpo fisico o i nostri impulsi istintivi; è l'uomo ripiegato sulle proprie forze, l'uomo che cerca di salvarsi da sé, di costruire la propria felicità e la propria giustizia senza Dio. Vivere secondo la carne conduce inevitabilmente alla fatica, alla morte spirituale, poiché le nostre risorse umane sono limitate e finiscono per esaurirsi. Vivere secondo lo Spirito significa lasciare che lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abiti in noi. È accettare che la vita cristiana non sia una performance della nostra volontà, ma il dispiegarsi di una vita divina in noi. E come si fa questo? Lasciandosi amare da Gesù; in altri termini, accettare, credere che la Sua Parola è per me, lasciare che la Sua Parola prenda spazio nella nostra vita permettendosi di essere interrogati, interpellati da Gesù, e permettere che la Sua parola produca in noi il suo effetto. Un po' prima, in questo stesso capitolo della lettera di san Paolo, al versetto 16, egli dice: «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio». Se dunque, nel tuo cuore, tu credi, tu accetti, tu sei sicuro di essere figlio de Dio, è perché lo Spirito Santo abita pienamente in te. Ed è questa certezza che ti permetterà che la Sua Parola produca in te i suoi effetti. E per tornare ai testi di oggi, lo Spirito Santo è il motore interiore che rende dolce il giogo di Gesù. Ciò che la legge umana esige senza dare la forza di compierlo, lo Spirito lo offre gratuitamente per amore. È questo Spirito que ci permette di gridare verso il Padre con la fiducia di un bambino e di far morire «le opere dell'uomo peccatore», cioè quella tendenza permanente a voler gestire tutto con le nostre sole forze carnali, quel delirio di autosufficienza che ci conduce sempre all'errore e all'esaurimento. Abbiamo sempre bisogno gli uni degli altri, abbiamo sempre bisogno di un Padre, di Dio: permettiamo che il suo Spirito agisca in noi. «Padre, Signore del cielo e della terra, ti rendo lode: perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» Conclusione e applicazione per la nostra giornata Il Vangelo di questa domenica è un immenso sollievo per la nostra vita. Il Signore vede le nostre fatiche, le nostre delusioni, il peso delle nostre responsabilità familiari, professionali o spirituali. Egli non ci chiede di fare di più, ci chiede di andare a Lui. Per applicare questa Parola concretamente nella nossa settimana: Individuiamo chiaramente il nostro fardo attuale: è un'inquietudine per il futuro, una ferita del passato, la paura di não essere all'altezza? Depositiamolo esplicitamente nella preghiera tra le mani del Cristo mite e umile. Runciamo alla tentazione della sufficienza. Di fronte alle situazioni che non comprendiamo, accettiamo di essere piccoli, accettiamo di non sapere né comprendere tutte le cose, e che vi è dell'altro; accettiamo di imparare, accettiamo di essere aiutati dicendo semplicemente: Padre, non so come fare, ma mi fido di Te. Verifichiamo se il nostro modo di vivere la fede sia un peso o una liberazione. Se la nostra vita cristiana diventa una fonte di ansia e di fatica, è perché portiamo il nostro proprio giogo e non quello di Gesù. Richiediamo lo Spirito Santo per ritrovare la freschezza del dono gratuito. Preghiera Signore Gesù, Tu, il Re mite e umile, vengo a Te oggi con tutta la mia fatica e i fardelli che pesano sulle mie spalle. Tu conosci i miei combattimenti interiori, i miei sforzi continui per apparire forte, sapiente e capace di risolvere tutto da me stesso. Riconosco che questa via della carne mi esaurisce e mi allontana dalla Tua gioia. Ti prego, Signore, fa' di me un piccolo. Spogliami del mio orgoglio, delle mie false sicurezze e delle mie certezze rigide. Voglio mettermi sotto il Tuo giogo così dolce da portare, legarmi a Te per camminare al Tuo passo. Che il Tuo Spirito Santo, lo Spirito della risurrezione, penetri nel mio cuore per purificare i miei pensieri e ridonare vita ao mio corpo mortale. Concedi alla mia anima quel riposo profondo che Tu solo puoi dare, affinché la mia vita proclami la lode del Padre, nella pace e nella fiducia assoluta. Amen.
- Il Vino Nuovo esige Cuori Nuovi
(Sabato, 13ª Settimana del Tempo Ordinario) Le nozze di Cana di Paolo Veronese, 1563 Letture della Messa: Am 9, 11-15 ; Salmo 84/85 ; Mt 9, 14-17 L’esistenza umana bilancia spesso tra la nostalgia del passato e la paura del cambiamento. Ci installiamo in riti, in abitudini, talvolta persino nelle nostre stesse ferite, perché ci sono familiari. Eppure, la liturgia di questo sabato della 13ª settimana del Tempo Ordinario viene a spezzare questo torpor. In effetti, la Parola di Dieu oggi ci pone davanti a un'alternativa radicale: continuare a rattoppare il vecchio o accettare di rinnovare tutto sotto l'impulso della grazia. Il Vangelo di questo giorno ci mostra che Dio non fa compromessi con la novità che Egli porta; Egli non viene a colmare brecce, Egli viene a fare nuove tutte le cose. 1. La promessa di una ricostruzione totale Per comprendere la forza delle parole di Gesù sul vino nuovo, bisogna anzitutto ascoltare la promessa del profeta Amos nella prima lettura. Già al primo versetto vediamo Dio che dichiara: «rialzerò la capanna di Davide, che è caduta». Questo testo biblico, in effetti, utilizza verbi di una potenza straordinaria: rialzare, riparare, ricostruire. Nel tempo do profeta Amos, il popolo viveva in pace, in prosperità; le cerimonie religiose erano molto frequentate, ma questa opulenza camminava di pari passo con un declino morale e religioso che erodeva i fondamenti della società. Il testo di oggi parla di una Promessa che non consiste in una vaga consolazione spirituale, ma in un vero restauro della vita. Il testo di oggi descrive una sovrabbondanza magnifica in cui «i monti stilleranno vino nuovo». Questa immagine di fertilità inaudita, in cui l'aratore segue da vicino il mietitore, ci mostra che l'azione di Dio anticipa le nostre capacità umane; tuttavia, questa ricostruzione esige una rottura com ciò che ci manteneva prigionieri. Il Salmo 84 vi fa eco, essendo l'esempio di colui che ascolta la Parola di Dio, dicendo: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo e per i suoi fedeli, purché non ritornino alla loro follia». La Promessa divina, dunque, è condizionata dal nostro consenso a lasciare le rovine dei nostri vecchi modi di vivere, le nostre follie, per entrare in questa terra promessa dove il Signore ci pianta definitivamente. 2. La presenza dello Sposo e il senso della mancanza Nel Vangelo vediamo i discepoli di Giovanni Battista che interrogano Gesù su una pratica religiosa fondamentale: il digiuno. Ma dietro la loro domanda vi è un'incomprensione davanti alla gioia e alla libertà dei discepoli di Gesù. La risposta di Cristo sposta immediatamente il dibattito dal terreno giuridico o rituale al terreno relazionale, facendoci comprendere che il digiuno ha senso solo se è orientato verso l'attesa di una Presenza. Ora, la presenza è lì, e Gesù qui si definisce come lo Sposo. Nella tradizione biblica, e in seguito i Padri della Chiesa utilizzano spesso questa immagine per la via spirituale, la figura dello Sposo è quella di Dio che si unisce all'umanità. San Giovanni della Croce ci ricorda spesso che il fine ultimo di tutta l'anima è questa unione sponsale con il Verbo. E in questo Vangelo Gesù dice una cosa sconvolgente: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo Sposo è con loro?». La vita cristiana non è anzitutto un'etica dello sforzo o un'ascesi della tristezza, ma un'esperienza di nozze, una gioia fondamentale legata alla presenza del Risorto. Possiamo dire che il cristiano è colui che si sveglia e scopre che il Regno di Dio è in mezzo a noi, il Cristo è lì! Il digiuno tornerà, dice Gesù, quando lo Sposo sarà loro tolto. È il digiuno della Chiesa che attende il ritorno del suo Signore, un digiuno che nasce non dal dovere, ma dal desiderio ardente di ritrovarLo; il digiuno è una preparazione per ricevere il Signore, ecco perché facciamo il digiuno prima di andare alla Messa, prima della Comunione; si fa il digiuno quando, nel mezzo di una situazione specifica, si cerca il Signore. 3. La trappola del rattoppo spirituale È allora che Gesù usa le due celebri parabole del vestito e degli otri, che contengono una verità psicologica e spirituale di una profondità immensa. «Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo si fa peggiore.» Spiritualmente, ciò significa che non possiamo utilizzare il Vangelo semplicemente per correggere alcuni difetti della nostra vita conservando, per esempio, la nostra mentalità egoista o legalista, conservando una mentalità che non è quella di Cristo. In altri termini, la grazia non è una vernice superficiale. Se cerchiamo di adattare il messaggio di Cristo ai nostri vecchi schemi di pensiero, ai nostri rancori o alle nostre logiche mondane, finiamo per rompere tutto. Quante volte cerchiamo di vivere una vita di preghiera rifiutando di perdonare? Quante volte vogliamo la pace di Dio senza abbandonare i nostri idoli? Questo è il grande pericolo del compromesso spirituale: volere il vino della gioia cristiana senza accettare di cambiare mentalità. 4. Gli otri nuovi: la conversione della struttura interiore «Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri, il vino si versa e gli otri vanno perduti.» L'otre nuovo è l'uomo interiore trasformato dallo Spirito Santo. Il vino nuovo è la vita divina, il fuoco dell'amore, lo Spirito di libertà che il Cristo è venuto a riversare. Se le nostre strutture interiori – il nostro modo di giudicare, di reagire, di amare – rimangono rigide, inaridite dall'orgoglio o dalla routine, esse scoppieranno sotto la pressione della novità di Dio. Qui vediamo che la vera conversione consiste precisamente nell'accettare che Dio cambi il nostro contenitore, e non soltanto il nostro contenuto. Essere un otre nuovo significa accettare una flessibilità interiore, una docilità allo Spirito. San Giovanni della Croce spiegava che per ricevere la luce divina, l'anima deve svuotarsi delle proprie fissazioni. Il vino nuovo della grazia ha bisogno di uno spazio libero, di un cuore disponibile che non pretenda di dettare a Dio come Egli debba agire. Conclusione e applicazione per la nostra giornata Questa pagina di Vangelo ci invita a fare una verità profonda in noi stessi oggi. In questo sabato, guardiamo la nostra vita e permettiamoci di interrogarci: a che punto siamo con i nostri «otri vecchi»? Stiamo rattoppando faticosamente situazioni, relazioni o una pratica religiosa abitudinaria, o accettiamo di lasciarci rinnovare da Cristo? Per la nostra vita spirituale, possiamo proporci delle applicazioni molto concrete: Smettiamo di gestire la nostra vita spirituale come una lista di doveri da spuntare e riscopriamo la presenza dello Sposo al nostro fianco. Di fronte a una difficoltà o a una tensione oggi, non applichiamo la nostra vecchia soluzione automatica (la rabbia, la fuga, il controllo), ma chiediamo al Signore di ispirarci Egli stesso un atteggiamento nuovo, nato dal suo Vangelo. E, infine, offriamo al Cristo le nostre rigidità perché Egli le ammorbidisca con l'olio della sua misericordia. Preghiera Signore Gesù, Tu che sei lo Sposo della mia anima e la sorgente di ogni vera gioia, mi tengo davanti a Te in questo giorno con le mie povertà e le mie vecchie abitudini. Tu conosci le mie rigidità, le mie resistenze al cambiamento e la mia spiacevole tendenza a voler rattoppare la mia vita piuttosto che donarTela interamente. Ti prego, fa' del mio cuore un otre nuovo. Rendimi flessibile, disponibile e docile all'azione del tuo Spirito Santo. Vieni a riversare in me il vino nouvo della tua carità, della tua pazienza e della tua gioia, affinché la mia vita quotidiana diventi un riflesso del tuo Regno. Non permettere che io mi aggrappi alle mie rovine, ma aiutami a entrare pienamente nella novità della tua Risurrezione. Amen.
- La piaga aperta: là dove comincia la dimora della fede
(Venerdì, San Tommaso, apostolo - Festa) L'incredulità di San Tommaso, del Caravaggio (verso 1601-1602) Letture della Messa: Ef 2, 19-22 ; Salmo 116 ; Gv 20, 24-29 Vi è una tentazione sottile che attraversa spesso la nostra vita spirituale: quella di credere che per andare a Dio dobbiamo essere perfetti, impeccabili, senza l'ombra di un'esitazione. Pensiamo che il dubbio sia un'anomalia, una colpa grave da nascondere a tutti. E tuttavia, la festa di san Tommaso che celebriamo oggi viene a spezzare questa illusione. Ricordando il filo conduttore della domenica precedente — in cui il Vangelo ci chiamava alla radicalità della sequela di Cristo, ad amarLo sopra ogni persona e cosa —, comprendiamo che questa sequela esige una verità totale: non si può seguire Gesù con una maschera. Tommaso, con la sua resistenza tenace, ci rappresenta tutti nel nostro rifiuto di risposte prefabbricate; egli ci mostra che la fede non è un'idea astratta alla quale si aderisce intellettualmente, ma un incontro carnale, concreto, un'esperienza di povertà che si lascia abbracciare dalla misericordia. 1. Spezzare la solitudine per entrare nell'edificio La prima lettura, tratta dalla lettera di san Paolo agli Efesini, pone un quadro magnifico per comprendere l'avventura spirituale di Tommaso. Paolo ci dice: «Non siete più stranieri né ospiti di passaggio, ma siete concittadini dei santi e membri da famiglia di Dio.» È uma parola di pura consolazione, ma contiene un'esigenza: per essere integrati in una costruzione, bisogna accettare di fare corpo con le altre pietre. Ora, cosa fa Tommaso all'inizio del testo del Vangelo di oggi? Non c'è! Si è isolato. La sofferenza, il lutto della morte di Gesù e forse la delusione lo hanno spinto a rinchiudersi nella propria solitudine, lontano dalla comunità…; e quando gli altri gli dicono «Abbiamo visto il Signore», egli rifiuta la loro testimonianza. Il dramma del dubbio di Tommaso comincia dalla sua assenza dalla comunità, essere fuori dal corpo degli apostoli lo rende vulnerabile all'isolamento. San Paolo ci ricorda che siamo elementi di una stessa costruzione per diventare una dimora di Dio per mezzo dello Spirito Santo. La fede cresce e si fortifica insieme, nella condivisione della povertà dei fratelli, e não nell'isolamento di una ricerca puramente individuale. 2. Il diritto di toccare: la pedagogia divina della vulnerabilità Ma ciò che è straordinario in questo episodio, e che mette in crisi il nostro perfezionismo religioso immaginario, è che il Cristo non rifiuta Tommaso a causa delle sue condizioni rigide. «Otto giorni dopo», dice il testo, «mentre le porte erano chiuse», Gesù torna. Egli attraversa i muri delle nostre paure, delle nostre esclusioni, e si ferma «in mezzo a loro». La sua prima parola è un dono: «La pace sia con voi!» Poi, immediatamente, Gesù si volge verso colui che dubita: non vi è alcuna condanna nel suo sguardo, solo una condiscendenza infinita. E ancor più impressionante è che Gesù prende in parola le esigenze di Tommaso, colui che dubitava! Gesù soddisfa l'esigenza di Tommaso e gli dice: «Metti qua il tuo dito... accosta la tua mano». E qui siamo davanti a un altro mistero ugualmente sconvolgente: il Risorto custodisce le sue piaghe aperte. E l'interrogativo è legittimo: perché la gloria della risurrezione non ha cancellato i segni della crocifissione? Perché sono precisamente queste ferite che ci guariscono… Il Cristo mostra a Tommaso che la Sua gloria non è un annullamento della sofferenza, ma la sua trasfigurazione. Invitando Tommaso a toccare le sue piaghe, Gesù gli mostra che la fede non nasce da una teoria, ma da un contatto con la sua vulnerabilità. Entrare in relazione con Dio significa accettare di toccare ed essere toccati dalla carne sofferente del Cristo, che continua spesso a gemere nelle membra dei nostri fratelli più bisognosi: la loro ferita rivela la nostra, e questo contatto ci fa riconoscere che Egli è veramente Risorto. 3. Dal crollo del dubbio alla teologia del cuore Quando Tommaso tocca la piaga, qualcosa crolla in lui: non sono solo i suoi dubbi che volano via, è il suo orgoglio, la sua pretesa di voler tutto controllare, tutto verificare da se stesso… La sua risposta è la più alta confessione di fede di tutto il Nuovo Testamento: «Mio Signore e mio Dieu!» Egli non dice solo «Tu sei vivo», dice «Tu sei mio»: è la lingua dell'alleanza, l'espressione di un'intimità ritrovata. I Padri della Chiesa, come per esempio san Gregorio Magno (VI secolo), amano sottolineare che il dubbio di Tommaso è stato più utile alla nostra fede rispetto alla credenza immediata degli altri discepoli: quindi, toccando il Cristo, Tommaso ha guarito la nostra stessa incredulità. E infine, la beatitudine finale di Gesù, «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto», contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sminuisce Tommaso, ma apre la porta a tutti noi: la vera fede comincia là dove si fermano le nostre evidenze sensibili; è l'atto di fiducia assoluta di un cuore che si sa amato attraverso le proprie crepe. San Giovanni della Croce scriveva che per giungere a ciò che non si sa, bisogna passare per una via in cui non si sa: Tommaso ha accettato di perdere le sue certezze logiche per ricevere la certezza del cuore. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La liturgia di questo giorno ci invita a guardare i nostri stessi dubbi e le nostre stesse piaghe non come ostacoli, ma come il luogo potenziale del nostro incontro più profondo con Dio. Finché presentiamo al Signore una vita levigata, ideale — ciò che non è vero —, non possiamo sperimentare veramente la Sua risurrezione. Affinché questi insegnamenti biblici possano realizzare questi effetti in noi, in primo luogo, smettiamo di fuggire la comunità quando attraversiamo momenti di oscurità o di aridità spirituale; è precisamente in mezzo ai nostri fratelli che il Cristo si rende presente. E in secondo luogo, non abbiamo paura di presentare le nostre stesse ferite interiori al Cristo nella preghiera, dicendoGli con semplicità la nostra incapacità di credere o di amare con as nostre sole forze: pregare in questo modo significa aprirGli uno spazio e permetterGli di toccarci. Seguiamo l'esempio di san Tommaso e lasciamo che Gesù ponga la sua pace sui nostri chiavistelli per vivere nella libertà del Risorto, in comunione con i nostri fratelli. Preghiera Mio Signore e mio Dio, Ti chiedo perdono per tutte le volte in cui, per paura o per orgoglio, mi sono rinchiuso nella mia solitudine, rifiutando di credere alla gioia che i miei fratelli condividevano con me. Tu conosci le mie esigenze, le mie lentezze e i miei dubbi. Oggi attraversa le mie porte chiuse. Non ritirare da me le Tue piaghe, ma permettimi di nascondermi in esse. Vieni a toccare la mia incredulità e a trasfigurare le mie stesse ferite in luoghi di luce e di testimonianza. Fa' di me una pietra viva, solidamente incastrata con i miei fratelli, affinché le nostre vite radunate diventino una dimora accogliente per il Tuo Spirito. Credo, Signore, ma vieni in aiuto alla mia mancanza di fede. Amen.












