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Alzati e cammina: la potenza che ricrea il cuore

  • 1 lug
  • Tempo di lettura: 5 min

(Giovedì, XIII Settimana del Tempo Ordinario)

La guarigione del paralitico a Cafarnao, verso il 1350, artista sconosciuto
La guarigione del paralitico a Cafarnao, verso il 1350, artista sconosciuto

Letture della Messa: Am 7, 10-17 ; Salmo 18b/19 ; Mt 9, 1-8


Nel cammino della nostra fede, arriviamo spesso davanti a Dio con le nostre urgenze visibili, gli presentiamo le nostre sofferenze materiali, i nostri corpi stanchi, i nostri progetti spezzati. Siamo spesso come gli amici di questo paralitico nel Vangelo di Matteo: vogliamo una soluzione immediata per ciò che ci impedisce di camminare. E tuttavia, la liturgia di questo giovedì della 13ª settimana del Tempo Ordinario ci invita a operare uno spostamento interiore radicale. Per comprendere appieno ciò che Gesù compie a Cafarnao, dobbiamo fare memoria della domenica precedente, in cui il Cristo ci chiamava a seguirlo senza riserve, a lasciare le nostre sicurezze e i nostri attaccamenti. Seguire il Cristo esige di essere liberi, agili, vivi. Ma come camminare al seguito di Gesù, come essere degni di Lui quando si è paralizzati dall'interno? È a questa guarigione fondamentale che il Signore ci convoca oggi.


1. La libertà del profeta di fronte al comfort del santuario

La prima lettura di oggi ci mostra un'altra forma di rigidità e di paralisia, quella delle strutture religiose scollegate dalla vita divina. Amos si ritrova di fronte ad Amasia, il sacerdote di Betel. Amasia gestisce la religione come una carriera e uno strumento politico. Per il sacerdote Amasia, la parola di Dio deve essere redditizia e confortevole, ecco perché dice al profeta Amos: «Andatene, fuggi nella terra di Giuda; là potrai mangiare il tuo pane e là potrai profetizzare.» Al di là dell'essere contro il contenuto della predicazione di Amos, qui vediamo che il sacerdote Amasia vede il profetismo come un mestiere, un mezzo di sostentamento.

Ma la parola di Dio non si mercanteggia e non si addomestica. La risposta di Amos è ammirevole, piena di libertà e di umiltà: «Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivatore di sicomori. Ma il Signore mi prese…» Amos non ha interessi personali da difendere, non ha uno status da proteggere; egli è stato afferrato da una Presenza: è la sua docilità al Signore che lo rende capace di stare in piedi davanti ai potenti. Per usare il linguaggio dell'episodio del Vangelo di oggi, possiamo dire che la paralisi di Amasia è la sua installazione, il suo attaccamento nel comfort religioso della coorte d'Israele, mentre la libertà di Amos è quella dell'uomo in piedi, la cui vita è appoggiata alla verità della Parola. San Giovanni della Croce ci ricorda spesso che per possedere il Tutto, bisogna accettare di non voler essere nulla per se stessi. Amos incarna questa povertà que conosciamo come “evangelica” che diventa potenza spirituale.


2. Il sistema di diagnosi del Cristo: andare alla radice del male

Facciamo ora il collegamento con il Vangelo. Gesù è di ritorno nella sua città, cioè Cafarnao, e gli si porta un paralitico su una barella. Il testo nota un dettaglio cruciale: «Vista la loro fede, Gesù disse al paralitico: Coraggio, figlio, ti sono perdonati i tuoi peccati.» Mettiamoci bene nei panni di questo paralitico e dei suoi amici che hanno fatto un grande sforzo per arrivare fino a Gesù: questa frase di Gesù al paralitico è uno shock! Uno shock perché quest'uomo ha bisogno di ritrovare l'uso delle gambe, e Gesù gli parla del perdono dei peccati… Ma allora, perché questo divario “apparente”?

È che Gesù non guarisce in superficie, egli va immediatamente alla radice del nostro blocco più intimo. Il Cristo sa che la peggiore delle paralisi non è quella del corpo, ma quella dell'anima. In effetti, il peccato, nella sua essenza profonda, è una rottura di relazione con Dio e di conseguenza con il prossimo. Il peccato è il ripiegamento su di sé, la diffidenza verso Dio, l'incapacità di amare e di lasciarsi amare. Il peccato ci fissa, ci rende immobili, prigionieri delle nostre colpevolezze e dei nostri fallimenti. Gesù, dicendogli «ti sono perdonati i tuoi peccati», opera una ricreazione. Egli non fa una semplice amnistia giuridica, egli ridona la vita! È bello come Gesù si rivolge al paralitico: «Coraggio, figlio…», restaurando così la sua identità di figlio di Dio. Il perdono è il primo passo dell'uomo in piedi: senza questa guarigione del cuore, camminare fisicamente servirebbe solo a vagare senza meta.


3. Il potere di riconciliare e lo scandalo della grazia

Questa parola di liberazione suscita immediatamente la resistenza degli scribi. «Costui blasfema», dicono. Per loro, Dio è lontano, rinchiuso in categorie teologiche strette. Non possono comprendere, non possono sopportare che la misericordia divina si manifesti in modo così diretto, così umano attraverso Gesù.

Gesù legge nei loro pensieri e pone la domanda centrale: «Che cosa è più facile? Dire: Ti sono perdonati i tuoi peccati, oppure dire: Alzati e cammina?» Da un punto di vista umano, dire che i peccati sono perdonati è più facile, perché non si vede. Ma per manifestare che la Sua Parola ha un'efficacia reale, divina, Gesù realizza il miracolo visibile. «Alzati, prendi la tua barella e va' a casa tua.»

Questo miracolo è il segno esterno di una realtà invisibile ben più immensa. Di fatto, la vera novità cristiana è questo potere di riconciliazione dato agli uomini. La folla non si stringe in inganno, furono «presi da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.» Questo potere continua a dispiegarsi oggi nella Chiesa, in particolare attraverso il sacramento della riconciliazione; è lì che il Cristo continua a dirci individualmente: «Coraggio, alzati.»


Conclusione e applicazione per la nostra giornata

La liturgia di questo giorno ci pone di fronte alle nostre stesse barelle. Qual è la paralisi che mi impedisce oggi di avanzare, di amare, di seguire il Cristo con la libertà di Amos? È un vecchio rancore? Una colpevolezza che non riesco ad abbandonare? Un'installazione confortevole ma sterile come quella di Amasia?

La Parola di Dio ci invita oggi all'audacia: siamo chiamati ad accettare che Gesù ponga il suo sguardo su ciò che è ferito in noi, ciò che spesso nascondiamo, perché molto spesso si tratta di un caso, una situazione in cui dobbiamo essere perdonati… L'applicazione concreta per la nostra giornata, allora, è duplice:

  • In primo luogo, smettere di nascondere le nostre paralisi interiori sotto esternalità, sotto l'estetica di una falsa salute spirituale: venire al Cristo con la nostra verità, la nostra povertà, consapevoli del peccato che ci paralizza.

  • In seguito, o di conseguenza, fidarsi della potenza del perdono: se portiamo un fardello, il sacramento della confessione è il luogo per eccellenza dove il Cristo ci rimette in piedi. Oggi non restiamo distesi sulle nostre barelle dell'abitudine o dello scoraggiamento. Il Signore ci ripete: «Coraggio, alzati e cammina.»


Preghiera

Signore Gesù, mi tengo davanti a Te oggi con le mie povertà e le mie immobilità segrete. Tu conosci le zone del mio cuore che sono paralizzate dalla paura, dal dubbio o dal peccato. Ti chiedo la grazia di non nascondermi dietro a false sicurezze.

Dammi la fede di quegli uomini che hanno portato il paralitico fino a Te. Vieni a dirmi all'orecchio del cuore questa parola che risuscita: «Coraggio, figlio.» Purifica il mio sguardo attraverso i Tuoi giudizi che sono retti e che rallegrano il cuore. Rendimi la libertà del profeta Amos perché io possa camminare al Tuo seguito, leggero, guarito, e testimoniare la Tua misericordia presso i miei fratelli. Amen.

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Su di me

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Sono Saulo de Tarso. Attraverso questo blog personale, desidero condividere con voi la mia passione per le Sacre Scritture, la teologia e la filosofia. Tra i miei studi e il mio lavoro, questo sito è uno spazio per approfondire la mia conoscenza di Gesù Cristo, che è la Via, la Verità e la Vita. Qui troverete meditazioni e riflessioni quotidiane per nutrire la vostra vita spirituale.

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