La piaga aperta: là dove comincia la dimora della fede
- 2 lug
- Tempo di lettura: 5 min
(Venerdì, San Tommaso, apostolo - Festa)

Letture della Messa: Ef 2, 19-22 ; Salmo 116 ; Gv 20, 24-29
Vi è una tentazione sottile che attraversa spesso la nostra vita spirituale: quella di credere che per andare a Dio dobbiamo essere perfetti, impeccabili, senza l'ombra di un'esitazione. Pensiamo che il dubbio sia un'anomalia, una colpa grave da nascondere a tutti. E tuttavia, la festa di san Tommaso che celebriamo oggi viene a spezzare questa illusione. Ricordando il filo conduttore della domenica precedente — in cui il Vangelo ci chiamava alla radicalità della sequela di Cristo, ad amarLo sopra ogni persona e cosa —, comprendiamo che questa sequela esige una verità totale: non si può seguire Gesù con una maschera. Tommaso, con la sua resistenza tenace, ci rappresenta tutti nel nostro rifiuto di risposte prefabbricate; egli ci mostra che la fede non è un'idea astratta alla quale si aderisce intellettualmente, ma un incontro carnale, concreto, un'esperienza di povertà che si lascia abbracciare dalla misericordia.
1. Spezzare la solitudine per entrare nell'edificio
La prima lettura, tratta dalla lettera di san Paolo agli Efesini, pone un quadro magnifico per comprendere l'avventura spirituale di Tommaso. Paolo ci dice: «Non siete più stranieri né ospiti di passaggio, ma siete concittadini dei santi e membri da famiglia di Dio.» È uma parola di pura consolazione, ma contiene un'esigenza: per essere integrati in una costruzione, bisogna accettare di fare corpo con le altre pietre.
Ora, cosa fa Tommaso all'inizio del testo del Vangelo di oggi? Non c'è! Si è isolato. La sofferenza, il lutto della morte di Gesù e forse la delusione lo hanno spinto a rinchiudersi nella propria solitudine, lontano dalla comunità…; e quando gli altri gli dicono «Abbiamo visto il Signore», egli rifiuta la loro testimonianza. Il dramma del dubbio di Tommaso comincia dalla sua assenza dalla comunità, essere fuori dal corpo degli apostoli lo rende vulnerabile all'isolamento. San Paolo ci ricorda che siamo elementi di una stessa costruzione per diventare una dimora di Dio per mezzo dello Spirito Santo. La fede cresce e si fortifica insieme, nella condivisione della povertà dei fratelli, e não nell'isolamento di una ricerca puramente individuale.
2. Il diritto di toccare: la pedagogia divina della vulnerabilità
Ma ciò che è straordinario in questo episodio, e che mette in crisi il nostro perfezionismo religioso immaginario, è che il Cristo non rifiuta Tommaso a causa delle sue condizioni rigide. «Otto giorni dopo», dice il testo, «mentre le porte erano chiuse», Gesù torna. Egli attraversa i muri delle nostre paure, delle nostre esclusioni, e si ferma «in mezzo a loro». La sua prima parola è un dono: «La pace sia con voi!» Poi, immediatamente, Gesù si volge verso colui che dubita: non vi è alcuna condanna nel suo sguardo, solo una condiscendenza infinita.
E ancor più impressionante è che Gesù prende in parola le esigenze di Tommaso, colui che dubitava! Gesù soddisfa l'esigenza di Tommaso e gli dice: «Metti qua il tuo dito... accosta la tua mano». E qui siamo davanti a un altro mistero ugualmente sconvolgente: il Risorto custodisce le sue piaghe aperte. E l'interrogativo è legittimo: perché la gloria della risurrezione non ha cancellato i segni della crocifissione? Perché sono precisamente queste ferite che ci guariscono… Il Cristo mostra a Tommaso che la Sua gloria non è un annullamento della sofferenza, ma la sua trasfigurazione. Invitando Tommaso a toccare le sue piaghe, Gesù gli mostra che la fede non nasce da una teoria, ma da un contatto con la sua vulnerabilità. Entrare in relazione con Dio significa accettare di toccare ed essere toccati dalla carne sofferente del Cristo, che continua spesso a gemere nelle membra dei nostri fratelli più bisognosi: la loro ferita rivela la nostra, e questo contatto ci fa riconoscere che Egli è veramente Risorto.
3. Dal crollo del dubbio alla teologia del cuore
Quando Tommaso tocca la piaga, qualcosa crolla in lui: non sono solo i suoi dubbi che volano via, è il suo orgoglio, la sua pretesa di voler tutto controllare, tutto verificare da se stesso… La sua risposta è la più alta confessione di fede di tutto il Nuovo Testamento: «Mio Signore e mio Dieu!» Egli non dice solo «Tu sei vivo», dice «Tu sei mio»: è la lingua dell'alleanza, l'espressione di un'intimità ritrovata.
I Padri della Chiesa, come per esempio san Gregorio Magno (VI secolo), amano sottolineare che il dubbio di Tommaso è stato più utile alla nostra fede rispetto alla credenza immediata degli altri discepoli: quindi, toccando il Cristo, Tommaso ha guarito la nostra stessa incredulità. E infine, la beatitudine finale di Gesù, «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto», contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sminuisce Tommaso, ma apre la porta a tutti noi: la vera fede comincia là dove si fermano le nostre evidenze sensibili; è l'atto di fiducia assoluta di un cuore che si sa amato attraverso le proprie crepe. San Giovanni della Croce scriveva che per giungere a ciò che non si sa, bisogna passare per una via in cui non si sa: Tommaso ha accettato di perdere le sue certezze logiche per ricevere la certezza del cuore.
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
La liturgia di questo giorno ci invita a guardare i nostri stessi dubbi e le nostre stesse piaghe non come ostacoli, ma come il luogo potenziale del nostro incontro più profondo con Dio. Finché presentiamo al Signore una vita levigata, ideale — ciò che non è vero —, non possiamo sperimentare veramente la Sua risurrezione.
Affinché questi insegnamenti biblici possano realizzare questi effetti in noi, in primo luogo, smettiamo di fuggire la comunità quando attraversiamo momenti di oscurità o di aridità spirituale; è precisamente in mezzo ai nostri fratelli che il Cristo si rende presente. E in secondo luogo, non abbiamo paura di presentare le nostre stesse ferite interiori al Cristo nella preghiera, dicendoGli con semplicità la nostra incapacità di credere o di amare con as nostre sole forze: pregare in questo modo significa aprirGli uno spazio e permetterGli di toccarci. Seguiamo l'esempio di san Tommaso e lasciamo che Gesù ponga la sua pace sui nostri chiavistelli per vivere nella libertà del Risorto, in comunione con i nostri fratelli.
Preghiera
Mio Signore e mio Dio, Ti chiedo perdono per tutte le volte in cui, per paura o per orgoglio, mi sono rinchiuso nella mia solitudine, rifiutando di credere alla gioia che i miei fratelli condividevano con me. Tu conosci le mie esigenze, le mie lentezze e i miei dubbi.
Oggi attraversa le mie porte chiuse. Non ritirare da me le Tue piaghe, ma permettimi di nascondermi in esse. Vieni a toccare la mia incredulità e a trasfigurare le mie stesse ferite in luoghi di luce e di testimonianza. Fa' di me una pietra viva, solidamente incastrata con i miei fratelli, affinché le nostre vite radunate diventino una dimora accogliente per il Tuo Spirito. Credo, Signore, ma vieni in aiuto alla mia mancanza di fede. Amen.





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