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- Alzati e cammina: la potenza che ricrea il cuore
(Giovedì, XIII Settimana del Tempo Ordinario) La guarigione del paralitico a Cafarnao, verso il 1350, artista sconosciuto Letture della Messa: Am 7, 10-17 ; Salmo 18b/19 ; Mt 9, 1-8 Nel cammino della nostra fede, arriviamo spesso davanti a Dio con le nostre urgenze visibili, gli presentiamo le nostre sofferenze materiali, i nostri corpi stanchi, i nostri progetti spezzati. Siamo spesso come gli amici di questo paralitico nel Vangelo di Matteo: vogliamo una soluzione immediata per ciò che ci impedisce di camminare. E tuttavia, la liturgia di questo giovedì della 13ª settimana del Tempo Ordinario ci invita a operare uno spostamento interiore radicale. Per comprendere appieno ciò che Gesù compie a Cafarnao, dobbiamo fare memoria della domenica precedente, in cui il Cristo ci chiamava a seguirlo senza riserve, a lasciare le nostre sicurezze e i nostri attaccamenti. Seguire il Cristo esige di essere liberi, agili, vivi. Ma come camminare al seguito di Gesù, come essere degni di Lui quando si è paralizzati dall'interno? È a questa guarigione fondamentale che il Signore ci convoca oggi. 1. La libertà del profeta di fronte al comfort del santuario La prima lettura di oggi ci mostra un'altra forma di rigidità e di paralisia, quella delle strutture religiose scollegate dalla vita divina. Amos si ritrova di fronte ad Amasia, il sacerdote di Betel. Amasia gestisce la religione come una carriera e uno strumento politico. Per il sacerdote Amasia, la parola di Dio deve essere redditizia e confortevole, ecco perché dice al profeta Amos: «Andatene, fuggi nella terra di Giuda; là potrai mangiare il tuo pane e là potrai profetizzare.» Al di là dell'essere contro il contenuto della predicazione di Amos, qui vediamo che il sacerdote Amasia vede il profetismo come un mestiere, un mezzo di sostentamento. Ma la parola di Dio non si mercanteggia e non si addomestica. La risposta di Amos è ammirevole, piena di libertà e di umiltà: «Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivatore di sicomori. Ma il Signore mi prese…» Amos non ha interessi personali da difendere, non ha uno status da proteggere; egli è stato afferrato da una Presenza: è la sua docilità al Signore che lo rende capace di stare in piedi davanti ai potenti. Per usare il linguaggio dell'episodio del Vangelo di oggi, possiamo dire che la paralisi di Amasia è la sua installazione, il suo attaccamento nel comfort religioso della coorte d'Israele, mentre la libertà di Amos è quella dell'uomo in piedi, la cui vita è appoggiata alla verità della Parola. San Giovanni della Croce ci ricorda spesso che per possedere il Tutto, bisogna accettare di non voler essere nulla per se stessi. Amos incarna questa povertà que conosciamo come “evangelica” che diventa potenza spirituale. 2. Il sistema di diagnosi del Cristo: andare alla radice del male Facciamo ora il collegamento con il Vangelo. Gesù è di ritorno nella sua città, cioè Cafarnao, e gli si porta un paralitico su una barella. Il testo nota un dettaglio cruciale: «Vista la loro fede, Gesù disse al paralitico: Coraggio, figlio, ti sono perdonati i tuoi peccati.» Mettiamoci bene nei panni di questo paralitico e dei suoi amici che hanno fatto un grande sforzo per arrivare fino a Gesù: questa frase di Gesù al paralitico è uno shock! Uno shock perché quest'uomo ha bisogno di ritrovare l'uso delle gambe, e Gesù gli parla del perdono dei peccati… Ma allora, perché questo divario “apparente”? È che Gesù non guarisce in superficie, egli va immediatamente alla radice del nostro blocco più intimo. Il Cristo sa che la peggiore delle paralisi non è quella del corpo, ma quella dell'anima. In effetti, il peccato, nella sua essenza profonda, è una rottura di relazione con Dio e di conseguenza con il prossimo. Il peccato è il ripiegamento su di sé, la diffidenza verso Dio, l'incapacità di amare e di lasciarsi amare. Il peccato ci fissa, ci rende immobili, prigionieri delle nostre colpevolezze e dei nostri fallimenti. Gesù, dicendogli «ti sono perdonati i tuoi peccati», opera una ricreazione. Egli non fa una semplice amnistia giuridica, egli ridona la vita! È bello come Gesù si rivolge al paralitico: «Coraggio, figlio…», restaurando così la sua identità di figlio di Dio. Il perdono è il primo passo dell'uomo in piedi: senza questa guarigione del cuore, camminare fisicamente servirebbe solo a vagare senza meta. 3. Il potere di riconciliare e lo scandalo della grazia Questa parola di liberazione suscita immediatamente la resistenza degli scribi. «Costui blasfema», dicono. Per loro, Dio è lontano, rinchiuso in categorie teologiche strette. Non possono comprendere, non possono sopportare che la misericordia divina si manifesti in modo così diretto, così umano attraverso Gesù. Gesù legge nei loro pensieri e pone la domanda centrale: «Che cosa è più facile? Dire: Ti sono perdonati i tuoi peccati, oppure dire: Alzati e cammina?» Da un punto di vista umano, dire che i peccati sono perdonati è più facile, perché non si vede. Ma per manifestare che la Sua Parola ha un'efficacia reale, divina, Gesù realizza il miracolo visibile. «Alzati, prendi la tua barella e va' a casa tua.» Questo miracolo è il segno esterno di una realtà invisibile ben più immensa. Di fatto, la vera novità cristiana è questo potere di riconciliazione dato agli uomini. La folla non si stringe in inganno, furono «presi da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.» Questo potere continua a dispiegarsi oggi nella Chiesa, in particolare attraverso il sacramento della riconciliazione; è lì che il Cristo continua a dirci individualmente: «Coraggio, alzati.» Conclusione e applicazione per la nostra giornata La liturgia di questo giorno ci pone di fronte alle nostre stesse barelle. Qual è la paralisi che mi impedisce oggi di avanzare, di amare, di seguire il Cristo con la libertà di Amos? È un vecchio rancore? Una colpevolezza che non riesco ad abbandonare? Un'installazione confortevole ma sterile come quella di Amasia? La Parola di Dio ci invita oggi all'audacia: siamo chiamati ad accettare che Gesù ponga il suo sguardo su ciò che è ferito in noi, ciò che spesso nascondiamo, perché molto spesso si tratta di un caso, una situazione in cui dobbiamo essere perdonati… L'applicazione concreta per la nostra giornata, allora, è duplice: In primo luogo, smettere di nascondere le nostre paralisi interiori sotto esternalità, sotto l'estetica di una falsa salute spirituale: venire al Cristo con la nostra verità, la nostra povertà, consapevoli del peccato che ci paralizza. In seguito, o di conseguenza, fidarsi della potenza del perdono: se portiamo un fardello, il sacramento della confessione è il luogo per eccellenza dove il Cristo ci rimette in piedi. Oggi non restiamo distesi sulle nostre barelle dell'abitudine o dello scoraggiamento. Il Signore ci ripete: «Coraggio, alzati e cammina.» Preghiera Signore Gesù, mi tengo davanti a Te oggi con le mie povertà e le mie immobilità segrete. Tu conosci le zone del mio cuore che sono paralizzate dalla paura, dal dubbio o dal peccato. Ti chiedo la grazia di non nascondermi dietro a false sicurezze. Dammi la fede di quegli uomini che hanno portato il paralitico fino a Te. Vieni a dirmi all'orecchio del cuore questa parola che risuscita: «Coraggio, figlio.» Purifica il mio sguardo attraverso i Tuoi giudizi che sono retti e che rallegrano il cuore. Rendimi la libertà del profeta Amos perché io possa camminare al Tuo seguito, leggero, guarito, e testimoniare la Tua misericordia presso i miei fratelli. Amen.
- Il prezzo della libertà e il rifiuto della guarigione
(Mercoledì, XIII Settimana del Tempo Ordinario) La guarigione del demone - Sébastien Bourdon, Entre 1653 et 1657 Letture della Messa: Am 5, 14-15.21-24 ; Salmo 49/50 ; Mt 8, 28-34 La via cristiana soffre spesso di una terribile ambiguità: desideriamo la salvezza, ma temiamo il cambiamento che essa impone. La domenica precedente ci ricordava l'esigenza radicale di Cristo, che ci invitava a perdere la nostra vita per trovarla, a prendere la nostra croce senza guardarci indietro. Oggi, in questo mercoledì della tredicesima settimana, la liturgia ci immerge nel vivo di questo combattimento interiore. Nella prima lettura, il profeta Amos denuncia una fede di facciata che si accontenta di riti esteriori senza conversione del cuore, mentre il Vangelo di oggi, secondo san Matteo, ci mostra come la presenza di Cristo possa paradossalmente spaventare coloro che preferiscono preservare i propri interessi materiali piuttosto che vedere vite umane ricostruite. Entriamo insieme in questa traversata verso l'altra riva, là dove i nostri demoni interiori e i nostri rifiuti di guarire sono messi in luce. 1. Il culto senza il cuore: la clameur di Amos Il profeta Amos si rivolge a un popolo che pensa di essere in regola con Dio perché le sue liturgie sono sfarzose: i canti risuonano, i sacrifici si accumulano, le assemblee sono piene. E tuttavia, il verdetto divino è di un'intensità, di una forza inaudita: «…io detesto, io disprezzo le vostre feste». Dio non si lascia comprare da rituali che servono da paravento all'ingiustizia quotidiana. Siamo davanti al pericolo di approfittare della religione per creare un sistema di sicurezza psicologica in cui si offrono cose a Dieu per evitare di donarGli la nostra stessa vita. L'ultimo versetto di questo testo mostra una particolarità interessante a livello esegetico; di fatto, il versetto dice: «Ma che il diritto scorra come acqua sorgiva, e la giustizia come un torrente perenne!» In ebraico, due concetti fondamentali dell'Antico Testamento sono qui associati in parallelismo: Il Diritto (מִשְׁפָּט = Mishpat): È la giustizia concreta, il fatto di rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto, in particolare ai più poveri, alle vedove e agli orfani. La Giustizia (צְדָקָה = Tzedakah): È un termine ancora più profondo. Non si tratta di una giustizia legale o punitiva, ma di una giustizia relazionale. È la fedeltà all'Alleanza, il fatto di essere conformati al cuore di Dio. Quando Amos usa l'immagine del «torrente perenne», fa un contrasto sorprendente con i torrenti stagionali (oueds) del deserto di Giudea. Questi torrenti si riempiono di un'acqua violenta durante la stagione delle piogge, ma si prosciugano completamente nel resto dell'anno. Pertanto, il profeta qui rimprovera al popolo di avere una fede «torrente stagionale»: un fervore spettacolare durante le feste religiose (vv. 21-23), ma un'aridità totale nel resto del tempo nella vita quotidiana. Tornando a noi, bisogna sapere che la vita spirituale non è un'acqua stagnante fatta di devozioni abitudinarie, ma un fiume dinamico che trasforma le nostre relazioni umane. Amos ci ricorda che il Signore non cerca le nostre prestazioni religiose, ma la verità della nostra esistenza. Quando il culto è scollegato dalla carità e dal diritto, diventa un rumore insopportabile alle orecchie di Dio. Questo è il fondamento stesso del nostro cammino: prima di avanzare verso l'altare, dobbiamo accettare che la Parola metta a nudo le nostre ipocrisie e le nostre false pietà. 2. La prigione delle tombe e la paura del tormento Nel Vangelo abbiamo Gesù che, passando all'altra riva, nel territorio pagano dei Gadereni, lascia il comfort delle folle familiari per affrontare la miseria umana in ciò che ha di più radicale. «…due indemoniati, usciti dai sepolcri, gli andarono incontro…». Questi uomini abitano il luogo della morte e «erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada», essi bloccano la via. Qui si constata che il demonio isola sempre, rende l'uomo incapace di relazione, violento verso se stesso e verso gli altri, confinato nei suoi stessi sepolcri affettivi o spirituali. La reazione dei demoni davanti a Gesù è rivelatrice: «Sei venuto qua a tormentarci prima del tempo?» Questo è il grande inganno dello spirito del male: tenta di farci credere che la presenza di Dio sia un tormento, una minaccia per la nostra libertà. Quante volte pensiamo, anche noi, che se lasciamo entrare pienamente il Cristo nelle nostre vite, Egli ci priverà della nostra felicità? Abbiamo paura della Volontà di Dio… Preferiamo talvolta addomesticare le nostre nevrosi, le nostre dipendenze e le nostre oscurità, rimanendo docili, abituandoci a ciò che ci distrugge, piuttosto che rischiare la novità di una guarigione. Spesso il Cristo disturba lo status quo delle nostre miserie ben insediate. 3. I porci e les uomini: la scelta delle nostre priorità L'esito dell'esorcismo illumina la profondità del dramma. I demoni chiedono di essere mandati in un grande branco di porci, animali impuri secondo la legge giudaica, simboli degli attaccamenti terreni e della ricerca esclusiva del nutrimento materiale. Non appena la parola sovrana di Gesù risuona – una sola parola: «Andate» –, tutto il branco si precipita nel mare. La distruzione dei porci mostra la natura intrinsecamente distruttiva del male: esso non genera che morte e caos. È allora che si produce il vero dramma di questo Vangelo: i mandriani fuggono in città a riferire l'accaduto, e tutta la popolazione esce incontro a Gesù. Ci si aspetterebbe un'esplosione di gioia, un'azione di grazie per questi due concittadini finalmente liberati, seduti, vestiti e restituiti alla loro dignità di uomini. Invece, «la cittadinanza lo pregò di allontanarsi dal loro territorio.» Perché? Perché la guarigione ha avuto un costo. La liberazione di questi due uomini ha comportato la perdita economica del branco. Per questa città, il valore di una vita umana é inferiore alla redditività economica. Preferiscono due indemoniati furiosi nei cimiteri e un'economia fiorente, piuttosto que un Salvatore gratuito che sconvolge il loro comfort materiale. Conclusione e applicazione per la nostra giornata Questa pagina di Vangelo è uno specchio teso alla nostra vita quotidiana. Ci domanda da quale parte ci situiamo quando il Cristo viene a scuotere la nostra esistenza. La Liturgia di oggi ci invita a guardare i nostri sepolcri interiori: quali sono gli spazi della mia vita in cui mi comportamento come questi indemoniati, bloccando la strada, rifiutando la relazione, rinchiudendomi in vecchi rancori o abitudini distruttive? Accettiamo fin da oggi di lasciare che il Cristo visiti queste zone d'ombra senza aver paura della sua luce. I testi di oggi ci invitano anche a valutare il costo della nostra libertà: sono pronto a perdere i miei «branchi di porci» – cioè i miei piccoli profitti personali, i miei comfort egoistici, le mie sicurezze materiali – perché la giustizia e la guarigione di Dio si dispieghino in me e intorno a me? Non scacciamo il Signore dal nostro territorio interiore quando ci chiede di compiere scelte coraggiose: preferiamo sempre l'uomo alle strutture e la vita spirituale alle apparenze. Preghiera Signore Gesù, Tu che non hai esitato a attraversare il mare per andare a cercare due uomini perduti in mezzo ai sepolcri, vieni oggi a visitare le rive del mio cuore. Tu conosci i miei chiudimenti, le mie violenze interiori e tutte quelle complicità che intrattengo con ciò che mi separa da Te e dagli altri. Talvolta ho paura della Tua presenza, temo che Tu venga a turbare i miei poveri equilibri e i miei piccoli comfort quotidiani. Perdonami per tutte le volte in cui, come gli abitanti di quella città, Ti ho chiesto di andartene perché la Tua parola esigeva da me un distacco che non ero pronto a vivere. Non voglio più presentarTi l'agitazione, il rumore dei miei canti o delle preghiere di facciata mentre la mia vita rifiuta di convertirsi. Dammi il coraggio di acconsentire allo spogliamento necessario per accogliere la Tua vera libertà. Che il Tuo torrente di giustizia purifichi le mie intenzioni. Prendi tutto ciò che, in me, si aggrappa alle sicurezze di questo mondo, e accordami la grazia di preferire la gioia della Tua guarigione alla sicurezza delle mie prigioni. Rimani nel mio territorio, Signore, e fa' di me un testimone vivo della Tua potenza che risolleva e che libera. Amen.
- Il sonno di Dieu e il risveglio della nostra fede
(Martedì, XIII Settimana del Tempo Ordinario) Cristo nella tempesta sul mare di Galilea, di Rembrandt nel 1633 Letture della Messa: Am 3, 1-8 ; 4, 11-12 ; Salmo 5 ; Mt 8, 23-27 La vita spirituale assomiglia spesso a una traversata marittima che pensavamo pacifica per il semplice pretesto di essere imbarcati con Gesù, ma il Vangelo di oggi viene a spezzare questa illusione confortevole. Seguire il Cristo non ci risparmia dalle tempeste e, talvolta, sembra persino condurvici direttamente. Domenica scorsa, il Signore ci avvertiva con forza: chi non prende la sua croce non è degno di lui. E si rischia di rimanere su un'esigenza teorica, quasi astratta; ma oggi passiamo dalla teologia alla prova esistenziale. Di fatto, nella prima lettura, Amos ci ricorda che Dio parla attraverso le crisi della storia, e il Vangelo ci immerge nel concreto di una barca che imbarca acqua. È qui, quando il legno scricchiola, che comprendiamo cosa significhi concretamente perdere la propria vita per salvarla. 1. Il ruggito degli eventi e l'appello di Amos Il profeta Amos comincia con una parola paradossale che scuote la nostra visione di una religione comoda, confortevole. Nella sua profezia, Dio ricorda la sua alleanza, ma questa vicinanza non si traduce in un privilegio di impunità; tutt'altro. Pensiamo spesso – in modo molto infantile – che se preghiamo e seguiamo il Signore, la nostra vita debba essere un lungo fiume tranquillo, tutto andrà bene… ma in effetti questo è l'inganno di un cristianesimo contrattuale: io ti do la mia pietà, tu mi dai la sicurezza. Amos usa immagini di causa ed effetto da una logica implacabile: «Ruggisce il leone nella foresta, se non ha una preda? (…) Si slescia la trappola dal suolo, se non ha preso nulla?» Attraverso queste metafore, il profeta vuole farci comprendere che le crisi della storia e delle nostre vite personali non sono incidenti assurdi, sono segnali, allarmi! Quando il nostro comfort è scosso, è Dio che ci risveglia dal nostro torpore. In effetti, Dio non cercherebbe mai di distruggerci; ma perché è un Padre, perché ci ama, Egli farà ciò che serve per spezzare le nostre false sicurezze. In seguito, la conclusione del testo di Amos di oggi è un grido di urgenza: «…ecco come ti tratterò, Israele! …preparati a incontrare il tuo Dio». Pertanto, la tempesta non è una punizione, essa è il luogo di un appuntamento spogliato di ogni artifizio. 2. Il Cristo dorme: la prova del silenzio divino Entriamo ora nella barca con i discepoli. Il testo nota un dettaglio cruciale: «i suoi discepoli lo seguirono.» Essi sono nell'obbedienza, hanno compiuto la scelta radicale richiesta domenica scorsa. E tuttavia, la tempesta scoppia: «Ed ecco, levossi in mare una tempesta così grande che la barca era coperta dalle onde.» È l'esperienza della sommersione esistenziale, quel momento preciso in cui i nostri problemi, le nostre malattie, le nostre rotture o i nostri dubbi diventano più grandi della nostra capacità di farvi fronte… affondiamo. E in mezzo a tutti questi problemi, cosa fa Gesù? Dorme. Questo sonno di Cristo è una delle pagine più provocatorie del Vangelo, poiché tocca la nostra ferita più viva: il sentimento dell'assenza o dell'indifferenza di Dio di fronte alla nostra sofferenza. Perché dorme? Perché è em perfetta comunione con il Padre, in una fiducia assoluta che non teme il caos. E la buona notizia è che il sonno di Gesù non è indifferenza, ma un invito a entrare nella sua stessa pace. Ma per i discepoli – e spesso anche per noi –, questo silenzio è insopportabile. Ma se riflettiamo bene, possiamo constatare che il problema dei discepoli é che misurano la situazione alla dimensione delle loro onde e non alla dimensione della presenza di Colui che è con loro. Di fatto, il loro grido, «Signore, salvaci! Siamo perduti», è una mescolanza di preghiera autentica e di panico totale: credono nella Sua potenza, ma dubitano della Sua sollecitudine. 3. Dalla paura al timore sacro: il miracolo della fiducia La reazione di Gesù è sorprendente, perché prima ancora di calmare gli elementi, si rivolge ai suoi discepoli: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Il sistema di diagnosi del Signore è diretto: il contrario della fede non è l'incredulità intellettuale, è la paura che paralizza e che isola. Aver poca fede significa pensare che la nostra distruzione sia più probabile della salvaguardia di Dio; significa guardare la tempesta dimenticando chi è nella barca. E, se vogliamo, qui risuona l'eco della domenica precedente: per trovare la propria vita, bisogna accettare di perderla, cioè metterla nelle mani di qualcun altro, accettare di non controllare più tutto. «Allora, levatosi, minacciò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia.» L'esegesi di questo brano ci mostra che Gesù usa gli stessi termini che negli esorcismi, Egli reprime il caos originario, le forze di divisione e di morte che tentano di inghiottire l'uomo. Lo stupore che afferra i testimoni cambia natura: «Quegli uomini rimasero stupiti e dicevano: “Chi è mai costui, al quale anche i venti e il mare obbediscono?”» Essi passano da una paura di panico a un timore religioso, un'ammirazione sacra. La tempesta ha compiuto la sua missione educativa: ha permesso ai discepoli di passare da un Gesù maestro spirituale a um Gesù Signore, maestro di tutto. Hanno scoperto che la sua presenza nel silenzio è più solida del furente scatenarsi del mondo. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La Parola di questo giorno ci rimette davanti alla realtà della nostra barca esistenziale. Se vogliamo che questa meditazione porti frutto fin da oggi, dobbiamo lavorare almeno su due atteggiamenti: Individuare la nostra tempesta attuale: Qual è l'ambito della mia vita (professionale, familiare, interiore) que mi dà attualmente l'impressione di affondare e dove ho il sentimento che Dio dorma? Nominiamo questa paura chiaramente per non lasciarla paralizzarci. Cambiare sguardo sul silenzio: Invece di vivere il silenzio di Dio come un abbandono, decidiamo oggi di abitarlo attraverso l'atto di fede. Quando l'angoscia sale, ricordiamoci che il primo ad avere interesse in queste situazioni è Dio stesso, perché noi Gli apparteniamo ed Egli è dentro la barca. Perdere il controllo significa lasciare che Gesù prenda i comandi. Ripetiamo semplicemente questa formula breve: Signore, Tu sei qui, io mi confido in Te. Smettiamo di batterci contro le onde con le nostre sole forze umane e lasciamo che la sua pace prenda il cambio. Preghiera Signore Gesù, confesso che amo la tranquillità e che vado in panico non appena le onde della vita cominciano a coprire la mia fragile barca. Domenica scorsa, Tu mi chiedevi di PreferirTi a tutto e di prendere la mia croce, e oggi, di fronte al primo colpo di vento, tremo già, e spesso Ti rimprovero il Tuo silenzio non appena la tempesta si leva. Perdona la mia mancanza di fede e la mia propensione a credere che il male abbia l'ultima parola. Oggi ascolto il grido do profeta Amos che mi chiede di prepararmi a incontrarTi. Non voglio più fuggire le crisi della mia esistenza, ma voglio vedervi il luogo in cui Tu mi attendi per purificare il mio attaccamento. Vieni a visitare le mie paure segrete, le mie ansie di fronte al futuro e i miei sentimenti di abbandono. Anche se Tu sembri dormire nella mia vita, dammi la grazia di sapere che la Tua sola presenza basta a custodirmi dal naufragio. Di piedi al cuore delle mie tempeste, pronuncia la Tua parola di pace, calma le mie agitazioni interiori e rinsalda la mia fede affinché io possa testimoniare, davanti a un mondo ansioso, che Tu sei il Signore che comanda ai venti e al mare. Amen.
- La solidità della breccia: quando la debolezza diventa fondamento
(Lunedì 29 giugno, San Pietro e San Paolo - Solennità) La Libération de Saint Pierre, 1514; Raffaello Sanzio Raffaello Letture della Messa: At 12, 1-11 ; Salmo 33/34 ; 2 Tm 4, 6-8.17-18 ; Mt 16, 13-19 Vi è una strana ironia nella liturgia di questo giorno. Festeggiamo le due colonne della Chiesa, Pietro e Paolo, i giganti della fede, eppure i testi che leggiamo non ci parlano che di catene, di prigioni, di abbandoni e di esecuzioni imminenti… Di fatto, la prima lettura ci mostra Pietro addormentato in un carcere, incatenato, condannato in anticipo dal potere di Erode; e la seconda ci fa ascoltare il canto del cigno di Paolo, che confida il suo isolamento mentre tutti lo hanno abbandonato. La solennità di oggi ci pone davanti al paradosso cristiano in tutto il suo splendore: la forza di Dio si manifesta in ciò che è debole. Per comprendere, allora, perché la Chiesa stia in piedi da duemila anni nonostante le sue miserie, bisogna scendere con gli apostoli nella verità della loro condizione umana, e si vedrà che tutto comincia da una domanda posta alla svolta di un cammino, a Cesarea di Filippo, una domanda che farà capovolgere tutto. 1. La trappola delle opinioni e il salto della relazione Nel Vangelo di questo giorno, Gesù comincia con l'interrogare i suoi discepoli su ciò che se dice intorno a loro. Le risposte volano – «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti.» – perché, di fatto, la gente ha bisogno di etichette, di categorie rassicuranti. Identificare Gesù a un profeta del passato è un modo educato per tenerlo a distanza e non impegnarsi, per ammirarlo senza lasciarsi disturbare. È il grande pericolo della religione culturale o intellettuale: conosciamo teorie su Dio, abbiamo opinioni sulla Chiesa, ma non vi è alcun impegno perché non o abbiamo incontrato Qualcuno. Allora Gesù stringe il cerchio e pone la domanda diretta, quella che non ammette più vie di fuga: «Ma voi, chi dite que io sia?» Questo passaggio dal “si dice” al “voi” è il momento più drammatico della vita spirituale: non si può vivere della fede degli altri, non si può seguire il Cristo per procura. Gesù non cerca informatori, cerca testimoni. Vuole sapere se la sua presenza ha cambiato qualcosa nel concreto della loro esistenza. È a questo punto preciso che Simone prende la parola, não perché sia il più intelligente, ma perché è il più esposto. 2. La rivelazione ricevuta nella povertà du cuore La risposta di Simone è fulminea: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Immediatamente Gesù lo disinganna sull'origine di questa intuizione: «…né la carne né il sangue te lo hanno rivelato…». In chiaro, Simone non ha trovato questo da solo attraverso le sue capacità intellettuali o la sua intuizione psicologica, perché di fatto la fede non è il prodotto di un ragionamento umano spinto al suo estremo, essa è un dono, una grazia che si riversa in un cuore aperto. Gesù lo chiama «Simone, figlio di Giona». Facendo questo, Gesù lo riconduce alla sua storia, alla sua umanità grezza, alla sua fragilità di pescatore di Galilea. È come se gli dicesse: Simone, sei davvero piccolo, eppure il Padre ha scelto il tuo cuore per depositarvi la sua più grande verità. Il mistero della Chiesa comincia così, non con uomini perfetti che hanno capito tutto, ma con poveri che accettano di ricevere ciò che sono incapaci di produrre da se stessi. La gioia di Simone-Pietro, la sua beatitudine, non viene dalla sua perfezione, ma dal fatto di essere stato scelto come canale di una presenza che lo supera. 3. Una pietra costruita su una crepa È allora che Simone riceve il suo nuovo nome: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…». E siamo sinceri: quale audacia da parte di Gesù scegliere quest'uomo per farne il fondamento! Perché di fatto Simone è instabile, è impulsivo, giurerà pochi versetti più tardi che rifiuta la croce e finirà per rinnegare il suo Maestro tre volte nella notte della Passione. Se avessimo dovuto scegliere un capo per un'istituzione duratura, avremmo cercato un profilo più manageriale, più solido, più infallibile. Ma Dio non pensa come noi. Gesù sa che l'unica vera solidità umana è quella che ha fatto l'esperienza della propria debolezza ed è stata salvata. La pietra su cui la Chiesa è edificata non è il coraggio di Simone, ma è la sua fede confessata e le sue lacrime di pentimento. E Pietro sperimenterà la sua debolezza, le sue incoerenze…, ma non si dispererà come fu il caso dell'Iscariota… È perché Pietro sa di essere fragile che potrà essere misericordioso con i suoi fratelli. E Gesù continua il suo discorso a Pietro dicendo: «…e le potenze degli inferi non prevalranno su di essa», ma non perché i cristiani sono forti, ma perché il Cristo è risorto. La Chiesa è questa costruzione mistica in cui la solidità divina utilizza la fragilità umana per manifestare che tutto viene dalla Grazia. 4. Le chiavi del Regno e il potere di liberare Il testo finisce con Gesù che affida a Pietro le chiavi del regno dei Cieli, con il potere di legare e di sciogliere. In linguaggio biblico, ciò significa la responsabilità di guidare, di insegnare, ma soprattutto di aprire e di chiudere le porte della misericordia. Legare e sciogliere significa riportare l'uomo alla libertà che il peccato gli ha rubato; questo potere non è un privilegio di dominazione, al contrario, è un servizio di un'importanza assoluta. Ne vediamo l'illustrazione concreta nella prima lettura. Pietro è in prigione, incatenato, condannato. Erode pensa di aver chiuso ogni via d'uscita. Ma la Chiesa pregava incessantemente e Dio invia il suo angelo, le catene cadono, le porte di ferro si aprono da sole; in realtà, il ministero di Pietro è di proclamare al mondo che per Dio nessuna situazione è mai definitivamente bloccata. Quindi, torniamo ora alle nostre esistenze, alla nostra vita concreta: le prigioni delle nostre vite, le nostre colpevolezze, i nossos chiudimenti interiori trovano la loro chiave nel perdono che la Chiesa trasmette, nella preghiera della chiesa e attraverso la Grazia, la Presenza di Dio che vi abita. Come Paolo alla fine della sua vita, possiamo dire: «Il Signore mi è stato vicino (…) Sono stato liberato dalla bocca del leone…» La liberazione di Pietro nella sua prigione è la profezia di ciò che Dio vuole fare per ciascuno di noi quando ci affidiamo a lui. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La solennità di san Pietro e san Paolo ci invita a uscire dalle generalità per entrare in una decisione personale. Il Cristo, in effetti, non ci chiede di essere perfetti per seguirlo, ci chiede di essere veri. Quindi, a partire da questa Parola della Liturgia, oggi, possiamo incarnarla attraverso gesti semplici e concreti. Prendiamo un momento di silenzio oggi per ascoltare Gesù che ci domanda: E per te, chi sono io? Non rispondiamo con frasi fatte. Diciamogli ciò che rappresenta veramente nel nostro quotidiano, in mezzo alle nostre gioie e ai nostri combattimenti; non abbiamo paura di esporGli tutta la nostra debolezza. E in seguito, se vi è un ambito della nostra vita in cui ci sentiamo incatenati, bloccati dalla paura, dal peccato o dallo scoraggiamento, depositiamolo nella preghiera della Chiesa… talvolta ciò che ci manca è semplicemente una comunità che possa pregare per noi e con noi. Fate allora il passo di avvicinarvi un po' di più alla vostra comunità parrocchiale, diventate Chiesa secondo il battesimo che tutti noi abbiamo ricevuto, questa Chiesa edificata su persone imperfette, incoerenti, ma che è lì! E crediamo che la potenza di Dio, che attraverso la sua Chiesa che prega in unità, può far cadere le nostre catene e aprire le nostre porte di ferro. Preghiera Signore Gesù, Tu non hai scelto angeli o uomini perfetti per guidare la Tua Chiesa, ma hai posto il Tuo sguardo su Simone, il pescatore fragile, e su Saul, il persecutore. Hai trasformato le loro ferite in sorgenti di benedizione e le loro debolezze in colonne di fede. Oggi, Tu ti avvicini a me e mi domandi: E per te, chi sono io? Signore, Tu sai tutto, Tu sai bene che Ti amo, ma Tu sai anche quanto io sia mutevole, quanta paura io abbia dello sguardo degli altri e della sofferenza. Ti confesso come mio Signore e mio Dio, il Figlio del Dio vivente. Vieni a edificare la Tua dimora sulla povertà del mio cuore. Quando mi sento rinchiuso nelle mie codardie o nei miei dubbi, invia il Tuo angelo per svegliarmi, farmi alzare e far cadere le mie catene. Che la Tua grazia mi liberi affinché, come Paolo, io possa combattere la buona battaglia, terminare la mia corsa conservando la fede e testimoniare che la Tua misericordia è più forte della morte. Amen. __________________________________________________________________________________________________ Grazie per la vostra attenzione, spero che le mie meditazioni possano davvero aiutarvi nel vostro cammino verso il Signore, e non esitate a interagire e condividere le vostre reazioni nei commenti: la vostra interazione serve agli algoritmi di Google per rendere questo sito più rilevante e facile da trovare, più consigliato nella pagina di ricerca... e ancora di più, questo arricchisce la riflessione, incoraggia i fratelli e le sorelle e mi aiuta ad adattarmi meglio alle vostre esigenze. Potete anche iscrivervi alla newsletter e, in questo modo, posso inviarvi ogni giorno un'email con il link della meditazione del giorno. Ma attenzione, perché la prima volta che vi mando l'email, probabilmente finirà nella casella di spam (posta indesiderata). Che Dio vi benedica. Vi auguro una splendida giornata.
- Il vuoto ospedaliero e il paradosso della vita donata
(13a Domenica del Tempo Ordinario - Anno A) Il profeta Eliseo e la moglie di Shunem - G. van den Eeckhout (1664) Letture della Messa: 2 Re 4, 8-11.14-16a ; Salmo 88/89 ; Rm 6, 3-4.8-11 ; Mt 10, 37-42 La liturgia di questa tredicesima domenica del Tempo Ordinario ci pone di fronte a una delle esigenze mais radicali e, paradossalmente, più liberatorie di tutto il Vangelo. Di fatto, siamo nel contesto in cui Gesù conclude il suo grande discorso apostolico fissando le condizioni per la sequela di Cristo, per essere suo discepolo. A prima vista, le sue parole possono raggelare il cuore, perché Egli parla di rottura familiare, di odio per la propria vita e del portare la croce. Ma se ascoltiamo questa Parola con l'orecchio del cuore, scopriamo che non si tratta di un appello alla distruzione dei nostri affetti umani, ma di un invito a entrare nell'ordine della vera vita. Per comprendere questa radicalità evangelica necessaria – perché tutto ciò che è serio richiede determinazione –, la prima lettura dal secondo libro dei Re ci offre una chiave fondamentale attraverso la storia della Sunamita: l'accoglienza di un profeta diventa il luogo di una rinascita, la continuità della vita – dato che l'Antico Testamento não conosce ancora la risurrezione –, mostrandoci che la vita erompe solo laddove si accetta di fare spazio all'Altro. 1. Fare spazio: la logica della piccola stanza sulla terrazza Guardiamo anzitutto questa donna di Sunem. La Scrittura la descrive como ricca, ma la sua vera ricchezza non è materiale, bensì nella sua capacità di attenzione. Ella percepisce che l'uomo che passa sotto le sue finestre è un santo uomo di Dio; non cerca di accaparrarselo, di trattenerlo con la forza o di instrumentalizzarlo, no! Dice semplicemente a suo marito: «facciamogli una piccola stanza.» Ella crea un vuoto, uno spazio gratuito, arredato con lo stretto necessario: un letto, un tavolo, una sedia, una lampada. Questo atteggiamento racchiude un forte messaggio per la vita spirituale: accogliere Dio significa accettare di fare spazio nelle nostre giornate ingombre, nelle nossas menti saturate e nei nostri cuori pieni di noi stessi: bisogna fargli spazio! Vi condivido un'esperienza: ascolto spesso persone che mi dicono: “ma non ho tempo per..., sono impossibilitato a... non posso...” Pertanto, che sia chiaro: bisogna fargli spazio! Bisogna far entrare Dio nella tua vita, e ciò lo si fa concretamente facendolo entrare nella nostra agenda: bisogna trovare uno spazio per Dio, e «quando verrà da noi, potrà ritirarvisi.» Ma l'atteggiamento della Sunamita è straordinario, sublime, perché ella non si aspetta nulla in cambio, offre l'ospitalità per puro amore della santità: ciò significa cercare il Signore, offrirgli uno spazio nella nostra vita gratuitamente! Ed è precisamente in questo vuoto offerto, in questa gratuità assoluta, che il miracolo va a inserirsi. Ella non aveva figli, il suo futuro era sterile, sbarrato dalla vecchiaia di suo marito, ma questa difficoltà viene superata perché, accogliendo il profeta, ella accoglie la vita. Questa è la prima grande lezione di questo giorno: Dio non se lascia mai vincere in generosità, e ogni spazio que Gli cediamo nella nostra esistenza diventa il culla di una fecondità inaspettata. 2. L'ordine degli amori: quando il meglio diventa nemico del bene Nel Vangelo, Gesù riprende questa idea di accoglienza ma la spinge fino alla sua radice più intima. Dice: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me». Queste parole possono scandalizzarci se le leggiamo in modo superficiale. Ma riflettiamo bene, perché noi conosciamo bene Gesù Cristo: allora il Cristo chiederebbe di disprezzare il quarto comandamento? Certamente no! Ciò che Egli fa qui è rimettere l'amore al suo giusto posto. Sant'Agostino spiegava che la virtù consiste precisamente nell'ordine dell'amore, l'ordo amoris. Quando amiamo un essere umano, anche il più vicino – perché ovviamente amare qualcuno è buono, ci fa del bene –, vi è il grande rischio poiché abbiamo la tendenza naturale di assolutizzarlo e, facendo questo, trasformiamo questo amore in un idolo. Gli chiediamo di colmare un vuoto che solo Dio può colmare: ecco perché siamo spesso delusi nelle nostre relazioni. Pertanto, amare qualcuno più del Cristo significa condannare questa persona a portare il peso insopportabile del nostro bisogno di salvezza. E se riflettiamo bene, non è giusto amare qualcuno così, perché nessuno ci può salvare, nessuno può essere caricato di questa responsabilità, perché nessuno ne è capace! Gesù, mettendo le cose in ordine, ci libera da questa illusione. Esigendo il primato, Egli non distrugge i nostri amori umani: Li purifica! Quando Dio è al primo posto, tutto il resto trova la sua giusta posizione, e solo allora possiamo amare i nostri genitori, i nostri figli e i nostri coniugi non più per ciò che ci apportano o per colmare le nostre mancanze, ma per ciò che sono realmente, nella libertà e nella gratuità. 3. Il segreto della croce: perdere per possedere Il Cristo prosegue con una frase che riassume tutta l'esistenza cristiana: «chi non prende la sua croce non è degno di me». E attenzione, perché la croce non è la ricerca morbosa della sofferenza: la croce è il prezzo dell'amore vissuto fino in fondo, nella fedeltà. La croce è il rifiuto del compromesso con l'egoismo; è accettare la rinuncia per rimanere fedeli alla verità e alla sequela del Maestro. Gesù continua e formula qui un paradosso esistenziale assoluto: «chi avrà tenuto per sé la sua vita, la perderà, e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà». Questa è la legge fondamentale del chicco di grano caduto in terra che deve morire: finché cerchiamo di trattenere la nostra vita, di metterla al sicuro, di accumularla per noi stessi, la lasciamo morire di fame e di sterilità. La vita umana si realizza solo quando si dona, quando accetta di perdersi per qualcosa di più grande. Voler salvare la propria vita implica assorbire/consumare e dunque strumentalizzare, approfittare di tutto e di tutti coloro que sono intorno a noi, perché devo salvare la mia vita… Ma il Battesimo ci introduce in una realtà, in una logica nuova: san Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che per mezzo del battesimo siamo passati attraverso la morte con il Cristo: «per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, affinché camminiamo in una vita nuova». Questa vita nuova non è un semplice miglioramento morale, è l'esistenza stessa del Risorto che scorre in noi, una vita che non teme più la perdita perché è ancorata in Dio. «Se infatti siamo stati uniti a lui in una morte simile alla sua...» se come Lui, doniamo la nostra vita, «...lo saremo anche nella sua risurrezione.» Passare dalla morte alla vita, ecco la vita ordinaria del battezzato: «così anche voi consideratevi morti al peccato…» all'orgoglio, all'egoismo, «…ma viventi per Dio, in Cristo Gesù», pronti ad amare, a donare la vita. 4. Il sacramento dell'altro: la teologia del bicchiere d'acqua fresca Infine, il Signore riconduce questa alta teologia della croce a gesti di una semplicità disarmante, continuando col dire: «Chi accoglie voi accoglie me». Gesù si identifica con i suoi inviati, con i più piccoli dei suoi discepoli! Ciò significa che il grande mistero dell'Incarnazione si prolunga nel mistero della Chiesa e del prossimo. E Gesù continua ancora facendoci comprendere che non ci chiede imprese sovrumane per entrare nel suo Regno, ci chiede di saper accogliere, saper donare un bicchiere d'acqua fresca: «E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Gesù dice «anche um solo bicchiere d'acqua fresca». Perché insistere sulla freschezza dell'acqua? Porque l'acqua fresca chiede attenzione, una cura immediata, una delicatezza verso colui che ha sete nel momento presente. Il cristianesimo non è un'ideologia astratta, non è il “fare perché bisogna fare”, ma è una mistica del quotidiano che si gioca nella qualità del nosso sguardo, nell'attenzione all'altro. Accogliere un discepolo in quanto discepolo significa riconoscere il Cristo in lui. Ogni volta che spezziamo la nostra indifferenza per volgerci verso il più piccolo, è la stanza della Sunamita che ricostruiamo sulla terrazza del nostro cuore, chiedendo a Gesù di restarvi. E la promessa che Gesù fa è solenne: «non perderà la sua ricompensa». Questa ricompensa è la Presenza, la vita, la gioia stessa di Dio che viene ad abitare in casa nostra. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La Parola di Dio di questa domenica scuote le nostre logiche di autopreservazione. Ci domanda a che punto siamo con i nostri attaccamenti e i nostri spazi di gratuità. Nel corso di questa settimana, possiamo attualizzare questa Parola attraverso due atteggiamenti concreti: Allestire la nostra piccola stanza interiore: Creiamo spazio, prendiamo il tempo ogni giorno di tagliare il rumore del mondo per lasciare un posto al Signore. Dieci minuti di silenzio, una lettura distesa della Parola, sono quel tavolo e quella lampada offerti al Profeta affinché venga a fecondare la nostra vita. Praticare l'ospitalità del quotidiano: Essere attenti a coloro che incrociano la nostra strada. Il bicchiere d'acqua fresca può essere un ascolto paziente, un sorriso a una persona isolata o il rifiuto di giudicare. Impariamo a perdere un po' del nostro tempo per guadagnare la vita eterna. Preghiera Signore Gesù, la Tua Parola mi scuote e mette in luce le mie paure profonde. Ho così spesso paura di perdere, di mancare, di non essere abbastanza amato, e mi aggrappo alle mie sicurezze, ai miei affetti e al mio tempo come se mi appartenessero. Dammi il coraggio della Sunamita. Aiutami a fare spazio nella mia vita, a costruire questa stanza di silenzio e di accoglienza dove Tu possa riposarTi e parlarmi. Purifica i miei amori, Signore. Insegnami ad amare coloro che Tu mi hai affidato non per me stesso, ma in Te e per Te, affinché le nostre relazioni siano libere e portatrici di vita. Aiutami a prendere la mia croce ogni giorno, senza mormorare, sapendo che morire al mio egoismo è la sola via per risorgere con Te. Apri i miei occhi sui più piccoli, sugli assetati del mio quotidiano, perché io sappia offrire loro quel bicchiere d'acqua fresca che Ti consola. Rimetto la mia vita nelle Tue mani, certo che se la perdo per Te, la ritroverò per l'eternità. Amen. __________________________________________________________________________________________________ Grazie per la vostra attenzione, spero che le mie meditazioni possano davvero aiutarvi nel vostro cammino verso il Signore, e non esitate a interagire e condividere le vostre reazioni nei commenti: la vostra interazione serve agli algoritmi di Google per rendere questo sito più rilevante e facile da trovare, più consigliato nella pagina di ricerca... e ancora di più, questo arricchisce la riflessione, incoraggia i fratelli e le sorelle e mi aiuta ad adattarmi meglio alle vostre esigenze. Voi potete anche iscrivervi alla Newsletter e, in questo modo, posso inviarvi ogni giorno un'email con il link della meditazione del giorno. Ma attenzione, perché la prima volta che vi manderò l'email, probabilmente finirà nella casella di spam (posta indesiderata). Che Dio vi benedica. Vi auguro una splendida giornata.
- Il grido delle rovine e l'audacia della fede: quando la Parola ricostruisce l'uomo
(Sabato, XII Settimana del Tempo Ordinario) Gesù Cristo e il centurione. Il centurione di Cafarnao supplica Gesù di guarire il suo servo paralizzato, Paolo Veronese (1528-1588) Letture della Messa: Lam 2, 2.10-14.18-19 ; Salmo 73/74 ; Mt 8, 5-17 La liturgia di questo giorno ci immerge in un contrasto sorprendente, un vero cammino di Pasqua che attraversa la morte per sfociare nella vita. Nella prima lettura, abbiamo il grido lacerante delle Lamentazioni, il lutto di un'intera nazione che vede i suoi bastioni crollati e il suo Tempio profanato. È l'esperienza della rottura, del vuoto assoluto, della rovina che il peccato lascia dietro di sé quando l'uomo si allontana dalla sorgente divina. Abbiamo qui un eco diretto alla domenica precedente, che ci ricordava la necessità di non cedere alla paura di fronte alle tempeste dell'esistenza, e oggi, la Parola di Dio ci conduce verso l'unico rimedio capace di guarire le nostre ferite più profonde. La liturgia di oggi ci farà vedere che, in mezzo alle macerie della storia umana, un uomo sorge, uno straniero, per insegnarci che la ricostruzione non dipende dalle nostre proprie forze né dai nostri meriti, ma da una fiducia assoluta nella sola Parola di Cristo. 1. La memoria delle macerie: quando l'illusione crolla Il Libro delle Lamentazioni non cerca di attenuare la sofferenza, di fatto questo libro descrive il disastro di Gerusalemme con un'onestà cruda: il Tempio è distrutto, gli anziani tacciono seduti a terra, coperti di polvere, e i fanciulli vengono meno per la fame agli angoli delle strade. Perché una tale tragedia? A noi che accompagniamo tutta questa storia attraverso la Liturgia di ogni giorno, comprendiamo bene che tutta questa sofferenza ha la sua origine nell'atteggiamento che ha avuto il popolo di appoggiarsi su strutture visibili, su certezze esteriori e, come il testo di oggi ci dice: «I tuoi profeti ti hanno proposto visioni vane e insulse; não hanno svelato le tue iniquità per cambiare il teu destino, ma ti hanno predetto oracoli vani e seducenti...». Il popolo ha dimenticato che la vera Alleanza si gioca nel segreto dei cuori, come il testo ci fa comprendere nelle parole seguenti: «Il cuore do popolo grida verso il Signore.» L'esilio interiore comincia sempre nel momento esatto in que sostituiamo la relazione viva con Dio con i nostri idoli e le nostre sicurezze materiali e psicologiche. Quando questi bastioni fittizi crollano sotto il peso delle nostre stesse incoerenze o delle prove della vita, facciamo l'esperienza della nudità e del nulla. Le lacrime del popolo che ascoltiamo anche nel Salmo non sono lamentele sterili, ma il risveglio doloroso di una coscienza che realizza, che prende coscienza della propria povertà. Perché la Grazia possa agire, bisogna anzitutto accettare di vedere le proprie rovine, cioè bisogna darLe spazio, permettere la sua azione, cessar di raccontarsi storie e riversare il cuore «come acqua davanti al volto del Signore». È su questo sfondo di notte collettiva che la luce del Vangelo brillerà con tutto il suo fulgore. 2. L'autorità della fiducia: la fede che sconvolge Dio Nel Vangelo, siamo a Cafarnao, una città di frontiera, e Gesù vi incontra un centurione romano. Quest'man rappresenta l'occupante, il pagano, colui che, secondo i criteri religiosi dell'epoca, si trova al di fuori dell'Alleanza, escluso dalla salvezza. Eppure, questo soldato porta in sé una ferita: il suo servo soffre terribilmente. E questo stesso soldato, invece di rinchiudersi nel suo potere o nel suo orgoglio di romano, si avvicina a Gesù e si fa supplicante. La risposta di Gesù è immediata: «Verrò e lo guarirò». Gesù dunque spezza le barriere proponendo di venire lui stesso a casa di questo straniero. È allora che il centurione pronuncia questa parola impressa per sempre nella memoria della Chiesa: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.» Quale intuizione straordinaria! Questo uomo di guerra comprende il funzionamento della grazia divina a partire da la sua propria esperienza dell'autorità. Ciò ci insegna che la fede vera non è una questione di appartenenza formale o di privilegi religiosi, essa è il riconoscimento assoluto che la Parola del Cristo possiede il potere di creare e di restaurare laddove l'uomo è impotente. Il centurione non chiede un segno, un miracolo spettacolare o un rituale complesso: egli si rimette unicamente alla voce del Maestro. Davanti a questa fiducia nuda, spogliata di ogni pretesa, il testo ci dice: «All'udire questo, Gesù restò ammirato». Attraverso questo atteggiamento, si vede che la salvezza cambia direzione: i figli del Regno, installati nelle loro certezze, rischiano di restare fuori, mentre gli esiliati della fede entrano al banchetto. 3. Il contagio della vita: il Cristo che prende le nostre infermità Il Vangelo ci fa vedere una cosa straordinaria: il miracolo si compie a distanza, in quell'ora stessa, manifestando che la Parola di Dio non è limitata dallo spazio. Ma il testo non si ferma qui; ci conduce subito nella casa di Pietro, dove Gesù vede la suocera dell'apostolo inchiodata al letto dalla febbre. Ma quella volta, senza una parola, ma con un gesto di una tenerezza inaudita, le tocca la mano: la febbre la lascia istantaneamente, e la donna si alza per mettersi al loro servizio. Queste due guarigioni successive, quella del servo del centurião e quella della suocera di Pietro, rivelano i due volti dell'azione del Cristo: la potenza della sua Parola che comanda agli eventi e la delicatezza del suo contatto che recrea l'essere dall'interno. Il testo continua dicendo che «Con la parola scacciò gli spiriti e guarì tutti i malati…». Questo brano del Vangelo è molto importante perché ci fa comprendere che Gesù, guarendo i malati e scacciando gli spiriti cattivi, non compie semplici prodigi medici. Di fatto, san Matteo continua e ci dà la chiave teologica di tutto il racconto citando il profeta Isaia: «Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie.» Il Cristo non guarisce restando spettatore della nostra miseria, perché Egli se ne fa carico, Egli la indossa, Egli stesso discende nelle nostre infermità per liberarcene. Sulla croce, Gesù diventerà Egli stesso questo servo sofferente, spezzato come le mura di Gerusalemme della prima lettura, perché la Sua ferita diventi la nostra guarigione e il nostro esilio abbia fine. Conclusione e applicazione per la nostra giornata Le letture di questo sabato ci interpellano direttamente al cuore del nostro quotidiano. Attraversiamo tutti dei momenti in cui contempliamo le nostre proprie rovine: il fallimento di una relazione, il peso di un peccato ripetitivo, la malattia o lo scoraggiamento che ci paralizza come il servo del centurione. Di fronte a questo, la tentazione è grande di rinchiuderci nella lamentela amara o di cercare di ricostruire le nostre vite con le nostre sole forze umane. Oggi, il Vangelo ci invita ad adottare l'atteggiamento del centurione: Lasciamo da parte le nostre pretese, i nostri meriti immaginari e le nostre false dignità, e riconosciamo con umiltà la nostra povertà spirituale. Quando ci accosteremo all'Eucaristia, o semplicemente nella nostra preghiera personale, lasciamo che queste parole scendano nel nostro cuore: "Di' soltanto uma parola". Accettiamo che il Cristo venga a toccare la nostra febbre quotidiana, la nostra agitazione sterile, affinché, liberati da ciò che ci paralizza, possiamo alzarci e metterci finalmente al servizio dei nostri fratelli con una gioia rinnovata. Preghiera Signore Gesù, Tu che sei entrato a Cafarnao per accogliere l'angoscia di un pagano, guarda oggi verso il povero che io sono. Tu conosci le crepe della mia anima, le mura crollate delle mie buone risoluzioni e questa febbre dell'orgoglio che mi paralizza e mi impedisce di AmarTi pienamente. Non vengo verso di Te appoggiandomi sui miei meriti o sulla mia propria giustizia. Come il centurione, riconosco che non sono degno che Tu entri sotto il mio tetto, ma so anche che la Tua misericordia è infinitamente più grande della mia miseria. Di' soltanto una parola, Signore, e la mia anima sarà guarita. Che la Tua voce potente venga a ordinare alle mie tempeste interiori di calmarsi e alle mie paralisi di cedere il posto alla vita. Prendi le mie sofferenze, porta le mie infermità, come Tu hai promesso. Vieni a toccarmi con la Tua grazia, sollevami dai miei scoraggiamenti e dammi la forza di alzarmi per servirTi in ciascuno dei miei fratelli. Non permettermi di installarmi nelle tenebre di fuori, ma ricevimi alla tavola della Tua comunione. Amen. __________________________________________________________________________________________________ Grazie per la vostra attenzione, spero che le mie meditazioni possano davvero aiutarvi nel vostro cammino verso il Signore, e non esitate a interagire e a condividere le vostre reazioni nei commenti: la vostra interazione serve agli algoritmi di Google per rendere questo sito più pertinente e facile da trovare, più consigliato nella pagina di ricerca… e ancor di più, ciò arricchisce la riflessione, incoraggia i fratelli e le sorelle e mi aiuta ad adattarmi meglio alle vostre esigenze. Potete anche iscrivervi alla Newsletter e, in questo modo, posso inviarvi tutti i giorni un'e-mail con il link della meditazione del giorno. Ma attenzione, perché la prima volta che vi invierò l'e-mail, essa cadrà probabilmente nella cartella Spam (posta indesiderata). Qualora Dio vi benedica. Vi auguro una bellissima giornata.
- La mano tesa sulle nostre rovine: dalla lebbra dell'esilio alla gioia della purezza
(Venerdì, XII Settimana del Tempo Ordinario) Guarigione del lebbroso - mosaico, Monreale, Italia Letture della Messa: 2 Re 25, 1-12 ; Salmo 136/137 ; Mt 8, 1-4 La liturgia di questo giorno ci fa vivere un capovolgimento vertiginoso. Passiamo dalle macerie fumanti di Gerusalemme, dal rumore delle catene di bronzo e dal pianto di un popolo in esilio, alla solitudine silenziosa di un uomo dal corpo malato que sbarra la strada di Gesù ai piedi della montagna. A prima vista, due tematiche indipendenti, eppure la disfatta di Sedecia e la carne deformata di questo lebbroso raccontano esattamente la stessa storia: quella di una rottura, di un'esclusione e di una perdita totale di punti di riferimento. Ma laddove la storia dei re umani si conclude nelle lacrime di Babilonia, la storia del Re dei Cieli comincia con un gesto che sconvolge tutte le nostre fatalità. In eco alla domenica precedente, che ci esortava a non cedere alla paura di fronte alle minacce esterne, comprendiamo oggi che la peggiore delle minacce non è ciò che distrugge i nostri bastioni, ma ciò che ci taglia fuori, dall'interno, dalla sorgente della Vita. 1. Quando l'illusione crolla: la ferita dell'esilio Il secondo libro dei Re ci consegna un racconto di forte violenza. La caduta di Gerusalemme non è solo una sconfitta militare, ma soprattutto il crollo di un mondo spirituale: il Tempio brucia, gli occhi del re vengono cavati dopo il massacro dei suoi figli e il popolo viene deportato in una terra straniera, dove i carnefici pretendono canti di gioia da cuori spezzati. Ma cosa li ha condotti a questo dramma? Come sono arrivati a una tale situazione? Perché il popolo aveva finito per confondere i segni esterni della presenza di Dio (il tempio, il re, la città…) con Dio Stesso; si credevano protetti dalle loro strutture, dai loro bastioni e dal loro prestigio. L'esilio spirituale comincia sempre così: quando costruiamo le nostre sicurezze su ciò che è deperibile, esse si riveleranno illusorie e la realtà finirà per raggiungerci. Il testo descrive i dettagli della caduta e possiamo anche fare il parallelo con la nostra vita spirituale: quando la carestia si installa – quando ci capita una mancanza –, una crepa si apre, l'esercito nemico entra mentre il nostro fugge, scappa nella notte – non è più in condizione di combattere – e tutto ciò che pensavamo solido crolla. È l'esperienza del vuoto assoluto, quel momento in cui, seduti al bordo dei nostri stessi fiumi di Babilonia, realizziamo che i nostri idoli non possono salvarci. Il salmo di oggi esprime questa nostalgia dolorosa: «Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo, (…) Come cantare i canti del Signore in terra straniera?…». Come cantare quando la gioia ha lasciato il cuore, quando ci sentiamo lontani dalla nostra patria interiore, prigionieri delle nostre stesse incoerenze? Questa deportazione è l'immagine del nostro peccato, che ci isola, ci inaridisce e ci allontana dalla comunione. 2. La logica della lebbra: l'audacia di lasciarsi vedere È precisamente su questo sfondo di desolazione che il Vangelo dispiega tutta la sua forza. Gesù scende dalla montagna dopo il suo sermone; Egli ha appena proclamato “la carta, la costituzione” del Regno, e le folle lo seguono. Ma in mezzo alla moltitudine, un uomo osa rompere la distanza di sicurezza. Si tratta, di fatto, di un lebbroso e, nell'Antico Israele, la lebbra non è solo una terribile malattia fisica, essa è la metafora vivente dell'esilio sociale e rituale. Il lebbroso era considerato come un morto vivente e per questo doveva essere escluso dalla città, bandito dal Tempio e condannato a gridare la sua impurità perché nessuno si avvicinasse. Eppure, quest'uomo rifiuta la fatalità della sua condizione. Questo lebbroso incarna l'atteggiamento di colui che ha compreso che l'unica via per uscire dal proprio esilio interiore è gettarsi ai piedi di Cristo. Invece di restare a distanza a gemere sulla sua sorte o a maledire la sua vita, Egli si avvicina, si prostra. La sua preghiera è di una purezza teologica assoluta: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Da notare che non dice "guariscimi", ma "purificami"; in effetti, chiede di essere reintegrato, di ritrovare la sua dignità perduta, di poter di nuovo amare ed essere amato. E ancor di più: non detta nulla a Gesù, non negozia, ma rimette la sua miseria nelle mani della libertà divina. Ecco un livello molto elevato di fede: riconoscere la sovranità di Cristo sulle nostre zone d'ombra più inconfessabili. 3. Il contatto che ricrea: la rivoluzione della tenerezza divina La reazione, la risposta di Gesù si configura come uno scandalo per l'epoca: «Gesù tese la mano e lo toccò». In effetti, per la legge del tempo, toccare un lebbroso equivaleva a contrarre la sua impurità, e dunque a diventare escluso. Ma Gesù non funziona secondo la logica del contagio del male, di fatto Egli inaugura il contagio della santità: il Cristo non indietreggia davanti alla nostra miseria, Vi si sporca le mani per strapparcene. Questo gesto di toccare l'intoccabile rivela il cuore del mistero dell'Incarnation: Dio si è fatto carne per sposare la nostra natura ferita, per abitare le nostre Babilonie e portare le nostre malattie. E Gesù dice a questo lebbroso: «Lo voglio, sii purificato». La parola del Cristo è efficace, realizza immediatamente ciò che dice; la lebbra scompare; l'esiliato è ricondotto a casa. Ma Gesù aggiunge una consegna sorprendente: «Non dirlo a nessuno, ma va' a mostrarti al sacerdote». Perché questo segreto? Gesù rifiuta lo spettacolare, vuole evitare i malintesi di un messianismo puramente politico o magico, ma soprattutto, inviandolo dal sacerdote per offrire il sacrificio prescritto da Mosè, Gesù reintegra pienamente quest'uomo nella comunità religiosa e sociale. La guarigione non è um evento privato, essa è un restauro della comunione. Con questo gesto, il Cristo ricostruisce il tempio vivo che la malattia aveva distrutto, mostrando che se i bastioni di pietra di Gerusalemme possono cadere, la dignità di un figlio di Dio può sempre essere ricreata da un semplice contatto con la Sua grazia. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La liturgia di questo giorno ci pone davanti a una scelta fondamentale per la nostra vita quotidiana. In effetti, possiamo passare il nostro tempo a cercare di mascherare le nostre lebbre interiori — i nossos egoismi, le nostre dipendenze, i nostri rancori — dietro i bastioni delle nostre apparenze, al rischio di vedere un giorno tutte le nostre false sicurezze crollare come le mura di Gerusalemme; oppure, possiamo scegliere la via dell'audacia e dell'umiltà. A partire da ciò che ci presentano i testi della Liturgia di questo giorno, lasciamo cadere le nostre maschere! Individuiamo quella zona della nostra vita in cui ci sentiamo "esiliati", quella miseria che nascondiamo agli altri e talvolta a noi stessi. Invece di fuggire o di disperare al bordo dei nostri fiumi di amarezza, scendiamo dal nostro piedistallo e presentiamoci davanti al Signore in trasparenza, con tutte le nostre malattie sull'esempio di questo lebbroso del Vangelo. Permettiamo che il Cristo venga a toccare ciò che in noi è ferito, non per giudicarci, ma per restituirci la nostra piena libertà di amare. Preghiera Signore Gesù, Tu che sei disceso dalla gloria del Padre per venire incontro alla nostra condizione umana ferita: guarda verso di me. Tu conosci i miei esili segreti, i bastioni che ho costruito per proteggermi e che finiscono per rinchiudermi, e questa lebbra del peccato che mi taglia fuori da Te e dagli altri. Non voglio più nasconderTi la mia miseria, né accontentarmi di parole superficiali. Oggi mi prostro davanti a Te con la povertà e l'audacia di questo lebbroso: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Tu conosci le mie zone d'ombra, i miei scoraggiamenti, le mie incapacità di amare puramente: vieni a toccare ciò che è malato in me. Tendi la Tua mano sovrana sulle mie rovine interiori. Che la Tua voce risuoni nel mio cuore e mi ridica la Tua volontà di vedermi in piedi, vivo e restaurato. Non permettermi di abituarmi alla terra dell'esilio, ma ravviva in me il desiderio della vera comunione. Che la Tua grazia mi purifichi perché la mia vita intera diventi, in mezzo a questo mondo, una testimonianza viva della Tua tenerezza e della Tua potenza che tutto ricrea. Amen. Grazie per la vostra attenzione, spero che le mie meditazioni possano davvero aiutarvi nel vostro cammino verso il Signore, e non esitate a interagire e a condividere le vostre reazioni nei commenti: la vostra interazione serve agli algoritmi di Google per rendere questo sito più pertinente e facile da trovare, più consigliato nella pagina di ricerca… e ancor di più, ciò arricchisce la riflessione, incoraggia i fratelli e le sorelle e mi aiuta ad adattarmi meglio alle vostre esigenze. Potete anche iscrivervi alla Newsletter e, in questo modo, posso inviarvi tutti i giorni un'e-mail con il link della meditazione del giorno. Ma attenzione, perché la prima volta che vi invierò l'e-mail, essa cadrà probabilmente nella cartella Spam (posta indesiderata). Qualora Dio vi benedica. Vi auguro una bellissima giornata.
- Quand les structures s'effondrent : le secret des fondations invisibles
(Giovedì, XII Settimana del Tempo Ordinario) Deportazione degli ebrei verso la prigionia babilonese, (1838), Eduard Bendemann Letture della Messa: 2 Re 24, 8-17 ; Salmo 78/79 ; Mt 7, 21-29 L'esistenza umana attraversa inevitabilmente momenti di crisi in cui ciò che pensavamo solido comincia a vacillare. I testi di questo giovedì ci invitano a non aspettare la tempesta per verificare la qualità delle nostre fondamenta, ma a lavorarvi fin da ora, a operare un ritorno radicale all'essenziale. 1. L'illusione delle false sicurezze e la caduta dei templi di sabbia La prima lettura ci immerge in uno dei momenti più bui della storia d'Israele: la caduta di Gerusalemme e la deportazione a Babilonia. Il giovane re Ieconia «fece ciò che è male agli occhi del Signore» e perciò ha visto il suo regno crollare in soli tre mesi. Nabucodonosor, re di Babilonia, saccheggia tutto: i tesori del Tempio, gli oggetti d'oro di Salomone e tutta l'élite del paese; egli «deportò tutta Gerusalemme (…) non vi fu lasciata se non la popolazione più povera». È il dramma assoluto di un popolo che si era abituato a pensare che la presenza fisica del Tempio e la linea regale bastassero a garantire la sua sicurezza, indipendentemente dalla sua fedeltà all'Alleanza. Questa tragedia storica illumina di una luce cruda la fine del Discorso della Montagna, dove Gesù parla della casa costruita sulla sabbia. La sabbia è l'illusione di credere che le strutture esterne, le eredità o le apparenze possano salvarci quando il fondamento interiore è corrotto. Gerusalemme è crollata perché era diventata un guscio vuoto, preferendo seguire la propria strada – per paura dei suoi nemici – invece di confidare nel Signore. Il che ci rimanda alla domenica precedente, che ci ricordava di non temere coloro che uccidono il corpo, perché il nostro valore è immenso agli occhi del Padre: il problema è che Gerusalemme ha dimenticato che Dio si prende sempre cura del suo popolo! Se la nostra vita, allora, rimane nascosta in Dio, potremo liberarci dalla paura delle minacce esterne; ma se questa fiducia si è evaporata, se non abbiamo più che parole vuote, allora il minimo vento ci abbatte. 2. La trappola del verbalismo spirituale: "Signore, Signore" Nel vangelo di oggi, Gesù pronuncia parole di una severità che ci deve scuotere: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei Cieli». Egli va ancora oltre descrivendo persone che hanno profetizzato, scacciato demoni e compiuto miracoli nel nome di Cristo, ma alle quali dirà: «Non vi ho mai conosciuti». Ma allora si pone un problema: com'è possibile? Come possono opere così spettacolari coincidere con un vuoto spirituale così abissale? La risposta tocca il cuore della nostra psicologia religiosa, perché di fatto vi è una tentazione permanente di sostituire la conversione del cuore con l'attivismo o il verbalismo spirituale. Si può usare il nome di Dio per costruirsi un'identità sociale, per rassicurare il proprio ego o per esercitare un potere sugli altri. Ma compiere cose "nel nome di Dio" non è identico a "fare la volontà del Padre". La profezia, i miracoli, i segni spettacolari possono non essere altro che sabbia se servono alla nostra gloria, quando noi, gli amministratori, gli operai della vigna del Signore, ci appropriamo di tutto e ci serviamo di tutti questi doni per noi stessi. Gesù, allora, ci insegna che il criterio ultimo della vita cristiana non è l'efficacia esteriore o il fulgore dei carismi, ma la conoscenza intima e reciproca che nasce dall'obbedienza filiale. 3. Costruire sulla roccia: l'ascolto che diventa vita Che cos'è dunque la roccia? Gesù lo definisce chiaramente: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette en pratica». La roccia non è semplicemente una dottrina astratta o un'ortodossia intellettuale; la roccia è la Parola di Dio incarnata nel quotidiano delle nostre scelte concrete. L'uomo saggio non se accontenta di ascoltare il Discorso della Montagna con ammirazione — come le folle che restavano colpite dalla sua autorità — egli comincia a scavare il terreno della sua vita per piantarvi le sue decisioni. San Giovanni della Croce scriveva che, per progredire, bisogna legarsi maggiormente alla messa in pratica della virtù che alla ricerca di consolazioni o di rivelazioni straordinarie. Mettere in pratica la Parola significa accettare che essa venga a contraddire i nostri egoismi, a purificare le nostre intenzioni e a guidare le nostre relazioni. È un lavoro invisibile, ingrato, che chiede tempo e pazienza, proprio come gettare fondamenta profonde: nessuno vede le fondamenta di uma casa perché sono nascoste sotto terra. È precisamente in questa vita nascosta, nel segreto delle nostre fedeltà quotidiane quando nessuno ci guarda, che si decide la solidità della nostra esistenza. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La tempesta fa parte della vita. Gesù non promette che l'uomo saggio sarà risparmiato dalla pioggia, dai torrenti o dai venti, ma ciò che provoca la rovina non sono gli eventi esterni, bensì la nostra scelta di investire o meno nelle fondamenta. La differenza tra la casa sulla roccia e quella sulla sabbia non si vede con il bel tempo, si rivela unicamente sotto l'impatto della prova. Per applicare questa sapienza oggi, esaminiamo onestamente le nostre motivazioni: che cosa ci fa agire? È il desiderio di essere visti, di apparire buoni cristiani, o la ricerca sincera della volontà del Padre? E ancora, scegliamo una parola concreta del Vangelo ascoltata di recente e traduciamola oggi in un atto preciso: un perdono da dare, un servizio nascosto da rendere o un silenzio benevolo da custodire. È così che si pone una pietra sulla roccia. Preghiera Signore Gesù, Tu che sei il solo vero Castello sul quale posso appoggiare la mia esistenza senza timore, guarda le fondamenta della mia vita. Tu conosci le mie debolezze, le mie ipocrisie e tutte le volte in cui mi accontento di dirTi "Signore, Signore" senza lasciare che la Tua Parola trasformi i miei atti. Liberami dall'illusione delle false sicurezze. Non lasciarmi costruire la mia vita sulla sabbia dell'approvazione degli altri, del comfort materiale o di un attivismo religioso sterile. Quando le tempeste della vita sopravvengono, quando i venti del dubbio o della sofferenza battono la mia casa, fa' che io non crolli, perché avrò scelto di ancorarmi in Te. Dammi la grazia di un ascolto obbediente e cordiale. Insegnami a scendere nel segreto del mio cuore per compiervi la volontà del Padre, con la pazienza dell'artigiano che scava fino alla roccia. Che la mia vita non sia una facciata ingannevole, ma un santuario solido dove Tu abiti veramente e dove il Tuo amore porta frutto. Amen. __________________________________________________________________________________________________ Grazie per la vostra attenzione, spero che le mie meditazioni possano davvero aiutarvi nel vostro cammino verso il Signore, e non esitate a condividere i vostri sentimenti nei commenti, a fare domande, a lasciare una testimonianza… ciò arricchisce la riflessione e incoraggia i fratelli e le sorelle. Che Dio vi benedica. Vi auguro una bellissima giornata.
- L'identità ricevuta e la gioia di svanire
(Mercoledì, Natività di San Giovanni Battista - Solennità) Zaccaria dà il nome di San Giovanni Battista a suo figlio, Fra Angelico Letture della Messa: Is 49, 1-6 ; Salmo 138/139 ; At 13, 22-26 ; Lc 1, 57-66.80 La nascita di Giovanni Battista non è semplicemente un evento storico che segna la soglia della Nuova Alleanza; essa è lo specchio della nostra stessa avventura spirituale, un invito a ridisegnare il peso spirituale della nostra esistenza. 1. Il nome condiviso nel segreto Il profeta Isaia ci confida una certezza fondamentale: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dalle viscere de mia madre ha pronunciato il mio nome.». Questa intuizione trova un eco perfetto nel Salmo 138, dove il salmista si meraviglia davanti all'opera di Dio: «Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.». L'esperienza di Fede non comincia dai nostri sforzi per raggiungere Dio, ma dalla presa di coscienza che Dio ci ha pensati, amati e nominati prima ancora che avessimo coscienza di noi stessi. La nostra identità non é um prodotto del caso o delle aspettative di chi ci circonda, essa è un dono sacro. Nel Vangelo, i vicini e la famiglia vogliono chiamare il bambino Zaccaria, dal nome di suo padre. Essi non sono cattivi, ma tale atteggiamento andava a rinchiuderlo in una ripetizione, in una logica di eredità familiare e di convenzioni sociali. Voler chiamare il bambino Zaccaria sarebbe un rifiuto della novità di Dio per rimanere nel conosciuto, in ciò che rassicura il mondo. Ma Elisabetta, e poi Zaccaria, spezzano questa catena del conformismo: «Giovanni è il suo nome». Accettando questo nome che significa "Dio fa grazia", i genitori riconoscono che questo bambino appartiene anzitutto a Dio, entrano nella novità di Dio e la annunciano a tutti. Rompere con le aspettative del mondo per abbracciare il progetto unico che Dio ha per noi è il primo passo verso la vera libertà. 2. La parola liberata dall'obbedienza L'atteggiamento di Zaccaria ci insegna il cammino della guarigione interiore. Di fatto, per aver dubitato della promessa dell'angelo, Zaccaria è diventato muto. Questo mutismo non è una punizione arbitraria, ma la conseguenza logica dell'incredulità: in effetti, quando non si crede più alla Parola di Dio, la nostra stessa parola diventa sterile, vuota di senso, incapace di comunicare la vita. Per nove mesi, Zaccaria ha vissuto una grande quaresima del silenzio, un deserto interiore in cui ha dovuto digerire il proprio orgoglio e il proprio scetticismo. Il momento della verità arriva quando gli si domanda con cenni come voglia chiamare il bambino. Scrivendo sulla tavoletta «Giovanni è il seu nome», Zaccaria non esprime una semplice preferenza, ma pone un atto di obbedienza assoluta alla parola dell'angelo: «All'istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.». La nostra parola non ritrova la sua forza e la sua fecondità se non quando ci allineiamo sulla verità di Dio; e nel caso di Zaccaria, è allora che il suo silenzio si trasforma in un'esplosione di lode. Questo racconto è per noi un invito a guardare i nostri stessi mutismi, le nostre incapacità di testimoniare o di amare, e a comprendere che i nostri mutismi nascono spesso dalle nostre resistenze interiori di fronte alla volontà divina. 3. La grandezza del precursore: sapere decrescere La seconda lettura ci mostra san Paolo che riassume la missione di Giovanni Battista ad Antiochia di Pisidia. Giovanni ha preparato la venuta di Gesù predicando un battesimo di conversione. Ma il culmine della sua santità risiede nella sua dichiarazione memorabile: «Io non sono quello che voi pensate que io sia! Ecco, viene dopo di me uno al quale io non sono degno di sciogliere i sandali dei piedi». Giovanni rifiuta di appropriarsi di una gloria che non gli appartiene; mentre la folla è affascinata da lui, egli la reindirizza immediatamente verso il Cristo. Questo è il segreto della gioia profonda, quella che Giovanni provava già sussultando nel grembo di Elisabetta. La vera grandezza umana non consiste nell'occupare tutto lo spazio, ma nel creare spazio per un Altro. Giovanni Battista è l'uomo del distacco radicale, egli sa di non essere la luce, ma il testimone della luce. Come dicevano spesso i Padri della Chiesa, Giovanni è la voce che passa, ma il Cristo è la Parola che rimane. In una cultura che ci spinge all'autocelebrazione, Giovanni ci insegna l'arte di decrescere perché il Cristo cresca in noi, perché è lì che risiede la nostra vera dignità. 4. Il mistero del deserto e della maturazione Il Vangelo si conclude con una nota discreta ma essenziale sulla crescita del bambino: «Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visisse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele». Il deserto, nella Bibbia, non è solo un luogo geografico ma uno spazio spirituale di spogliamento e di chiarificazione. Perché Giovanni potesse compiere la sua missione senza lasciarsi corrompere dagli applausi o dalle pressioni della società, ha dovuto essere educato dal silenzio del deserto. Ciascuno di noi ha bisogno del proprio deserto; di fatto, il deserto è il luogo in cui le nostre motivazioni vengono purificate, dove impariamo a dipendere unicamente da Dio e non dalle stampelle umane. Le grandi missioni si preparano sempre nell'ombra e nella fedeltà delle piccole cose. San Giovanni della Croce ci ricorda che Dio guida l'anima in una notte oscura per distaccarla dalle soddisfazioni sensibili e unirla più intimamente a Lui. Il lungo ritiro di Giovanni al deserto ci mostra che il tempo di Dio non è il nostro; la maturazione dello spirito esige pazienza e silenzio. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La Solennità della Natività di san Giovanni Battista ci rimette davanti alla nostra vocazione profonda; in effetti, non siamo qui per lasciare il nostro nome nella storia, perché esso sarà nella storia se diamo il posto al Signore della storia, se facciamo risuonare il solo Nome capace di salvare. Per incarnare questa Parola oggi: Smettiamo di cercare di corrispondere a tutti i costi alle aspettative o alle etichette che gli altri, il nostro lavoro o la società vogliono appiccicarci. Prendiamo un momento per ricordarci che siamo nati da Dio, la nostra vera identità è unica e conosciuta da Dio solo. Pratichiamo oggi l'art dello svanire benevolo. Lasciamo il primo posto a un altro, non cerchiamo di avere l'ultima parola in una discussione, rallegriamoci per il successo degli altri e orientiamo i complimenti che riceviamo verso la sorgente di ogni bene: il Signore. Preghiera Signore Dio, Tu che mi hai scrutato e conosciuto prima ancora che fossi plasmato nel segreto del grembo di mia madre, Ti rendo grazie per il prodigio che sono ai Tuoi occhi. Tu hai pronunciato il mio nome con amore, e mi chiami a una missione che io solo posso compiere in questo mondo. Liberami, Signore, dalla tentazione di voler sempre vantarmi del mio nome, di replicare gli schemi del passato o di conformarmi alle esigenze di chi mi circonda per essere amato. Dammi il coraggio di Zaccaria di obbedire alla Tua Parola, anche quando essa scuote le mie abitudini, affinché la mia bocca si sciolga per proclamare le Tue meraviglie e non le mie proprie lamentele. Fa' di me, sull'immagine di Giovanni Battista, una voce che prepara le Tue vie. Accordami la grazia di saper svanire con gioia, di non trattenere gli sguardi su me stesso, ma di designare sempre Gesù, l'Agnello di Dio. Che il mio spirito si fortifichi nel deserto della preghiera e del silenzio, affinché tutta la mia vita diventi una trasparenza della Tua luce. Amen. __________________________________________________________________________________________________ Grazie per la vostra attenzione, spero che le mie meditazioni possano davvero aiutarvi nel vostro cammino verso il Signore, e non esitate a condividere i vostri sentimenti nei commenti, a fare domande, a lasciare una testimonianza… ciò arricchisce la riflessione e incoraggia i fratelli e le sorelle. Que Dio vi benedica. Vi auguro una bellissima giornata.
- Il segreto della porta stretta: l'audacia della fiducia e il coraggio del bene
(Martedì, XII Settimana del Tempo Ordinario) La sconfitta di Sennacherib all'Alte Pinakothek, di Peter Paul Rubens (intorno al 1612-1614) Letture della Messa: 2 Re 19, 9b-11.14-21.31-35a.36 ; Salmo 47/48 ; Mt 7, 6.12-14 Nella prima lettura, il racconto del secondo libro dei Re ci immerge no cuore di una crisi enorme: il re d'Assiria, Sennacherib, accerchia Gerusalemme com un esercito terrificante. Sennacherib invia uma lettera al re Ezechia per minacciarlo, ciò che si potrebbe considerare un appello ao buon senso. In sostanza, Sennacherib gli dice: guardati intorno, tutti i paesi sono stati distrutti, perché il tuo Dio dovrebbe salvarti? È la lingua della fatalità, della logica del più forte, quella voce che sussurra spesso al nostro orecchio che la fiducia in Dio è un'illusione di fronte alle dure realtà dell'esistenza. La reazione di Ezechia è straordinaria, sublime: egli prende la lettera, sale al Tempio e la dispiega davanti al Signore. Il re Ezechia non nasconde nulla a Dio, Gli mostra la sua ferita e la sua impotenza, e la risposta di Dio non si fa attendere: «Proteggerò esta città, la salverò per amor de me mesmo e per amor di Davide mio servo». Questo combattimento storico trova il suo compimento spirituale nel Vangelo di Matteo; in effetti, Gesù ci parla qui di scelte fondamentali, di perle da proteggere e di strade da prendere. Custodendo in memoria la nostra riflessione di domenica sulla paura che paralizza e lo sguardo critico che cerca di fuggire dalla nostra stessa realtà, il Cristo ci mostra oggi la via di un boost, un impulso interiore. Di fatto, la vita spirituale non è una negoziazione passiva con gli eventi, ma un impegno coraggioso che chiede di discernere ciò che è prezioso e di scegliere la porta stretta. 1. La dignità della nostra interiorità: non gettare le perle La prima frase del Vangelo sembra misteriosa, quasi dura: «Non date ai cani ciò che è santo, non gettate as vostre perle davanti ai porci». Dietro queste immagini semitiche provocatorie si nasconde una verità antropologica profonda: la perla, nel linguaggio di Gesù, rappresenta il Regno, cioè l'intimità del nostro cuore, la nostra capacità di amare, la nostra fede e la nossa dignità di figli di Dio; i cani e i porci simboleggiano le forze di distruzione, la volgarità del mondo o quelle relazioni tossiche che calpestano ciò che abbiamo di più bello. Quante volte gettiamo le nostre perle in pasto? Consegniamo, per exemplo, la nostra pace interiore ai pettegolezzi, alle critiche, all'approvazione superficiale dei social network o a dinamiche di dipendenza affettiva. Ezechia ha rifiutato di dare la sua perla — la sua fiducia in Dio — ai messaggeri di Sennacherib; l'ha custodita intatta per deporla nel Tempio. Pertanto, proteggere ciò che è santo in noi não significa isolarsi o disprezzare gli altri, ma riconoscere il valore infinito della nostra anima per non lasciarla profanare dalle logiche del mondo. Questo atteggiamento è il primo passo per camminare verso la vita, significa onorare il tesoro che Dio ha posto in noi. 2. La regola d'oro: il capovolgimento della prospettiva Gesù enuncia in seguito ciò che la tradizione chiama la regola d'oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro». A prima vista, ciò assomiglia a una regola di sapienza universale che si ritrova in numerose culture, spesso sotto la sua forma negativa: não fare all'altro ciò che non vorresti fosse fatto a te. Ma Gesù compie un salto qualitativo immenso formulandola in modo positivo e attivo: per Gesù, non basta semplicemente não fare il male, dobbiamo prendere l'iniziativa per fare il bene. «...questa è infatti la Legge e i Profeti». In effetti, se riflettiamo bene, questo comandamento ci guarisce dall'egocentrismo e dallo spirito di rivendicazione quasi automatico in noi. Spesso ci troviamo nell'atteggiamento di coloro che aspettano che gli altri cambino, che siano più attenti, mais benevoli, più riconoscenti verso di noi e che siano os altri a venire verso di noi per scusarsi. Gesù capovolge la situazione: ciò che vi attendete dal vostro coniuge, dal vostro collega, dal vostro fratello, dal vostro prossimo, cominciate voi stessi a offrirglielo! La vita cristiana non comincia quando le condizioni esterne sono perfette, ma quando decidiamo di amare per primi, senza attendere reciprocità. È esattamente il comportamento di Dio che, come ricordava san Paolo nella lettera ai Romani: «...siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, quando eravamo ancora suoi nemici...» (Rm 5,10). 3. La porta stretta: la scelta della vita vera Infine, il Cristo ci pone davanti a un'alternativa radicale: la porta larga e la via spaziosa che conducono alla perdizione, e la porta stretta e la via angusta que conducono alla vita. Il messaggio è chiaro, vale a dire, la via larga è quella della facilità, del lasciarsi andare, della reazione immediata ai nostri impulsi, della lamentela continua, del conformismo sociale... È molto facile entrare per questa porta, poiché non richiede alcuno sforzo su se stessi. Ma questa via, sebbene attraente all'inizio, si restringe all'interno e conduce al soffocamento dell'anima, alla perdizione. La via angusta, di contro, esige una conversione, uno spogliamento. Si tratta della via della fedeltà quotidiana, del perdono offerto, del dominio di sé e della fiducia assoluta in Dieu in mezzo alla tempesta. Perché questa porta è stretta? Perché não si può attraversarla con i bagagli ingombranti del nostro orgoglio, dei nostri rancori e delle nostre false sicurezze. Bisogna farsi piccoli, come Ezechia che si spoglia della sua superbia regale per pregare in ginocchio. La porta stretta non è una trappola di Dio per renderci la vita difficile, è la sola via in cui il nostro cuore, liberato dal superfluo, trova la vera larghezza della vita divina. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La liturgia di questo giorno ci invita a lasciare la postura di vittime delle nostre circostanze per diventare attori della grazia. Per incarnare questa Parola oggi, proponiamoci di não lasciare che le difficoltà o le parole negative di chi ci circonda dettino il nostro stato d'animo. Scegliamo di proteggere la nostra pace interiore rimettendo immediatamente as nostre preoccupazioni a Dio, sull'immagine di Ezechia che dispiega la sua lettera. E ancora, pratichiamo attivamente la regola d'oro oggi: invece di aspettare un gesto, una parola incoraggiante o un sorriso da parte di qualcuno, prendiamo l'iniziativa di donare precisamente ciò que vorremmo ricevere. Preghiera Signore Gesù, Tu conosci gli eserciti di dubbi, di paure e di difficoltà che talvolta assediano il mio cuore e cercano di scrollare la mia fede. Insegnami, alla scuola del re Ezechia, a non lottare solo con le mie forze terrene, ma a dispiegare davanti a Te tutte le mie ferite e le mie imposte, con la certezza che Tu sei la mia unica cittadella. Perdono per tutte le volte in cui ho sprecato le perle della mia interiorità, consegnando la mia pace al giudizio degli altri e alle distrazioni facili. Dammi la forza di scegliere oggi la porta stretta. Dammi il coraggio della rinuncia all'egoismo, alla critica facile e al comfort della via larga che intorpidisce l'anima. Che il Tuo Spirito Santo mi renda capace di praticare la regola d'oro con gioia. Fa' di me il primo a offrire il perdono, il primo ad ascoltare, il primo ad amare, senza nulla attendere in cambio. Rimetto la mia vita nelle Tue mani, certo che la Tua via, sebbene angusta, è la sola che si apre sullo spazio infinito della Tua vita e della Tua gioia. Amen. __________________________________________________________________________________________________ Grazie per la vostra attenzione, spero che le mie meditazioni possano davvero aiutarvi nel vostro cammino verso il Signore, e non esitate a condividere i vostri sentimenti nei commenti, a fare domande, a lasciare una testimonianza… ciò arricchisce la riflessione e incoraggia i fratelli e le sorelle. Que Dio vi benedica. Vi auguro una bellissima giornata.
- Lo specchio dell'anima: dal giudizio che acceca allo sguardo que guarisce
(Lunedì, XII Settimana del Tempo Ordinario) La parabola dei ciechi di Pieter Bruegel il Vecchio (1568) Letture della Messa: 2 Re 17, 5-8.13-15a.18 ; Salmo 59 ; Mt 7, 1-5 La prima lettura di oggi, dal secondo libro dei Re, ci pone di fronte a un disastro storico del popolo d'Israele, vale a dire la caduta di Samaria – il Nord – e la deportazione del popolo. La tradizione Deuteronomista, responsabile anche della redazione dei libri dei Re, è chiara nel farci comprendere che non si tratta di un semplice incidente politico, ma è la storia di un crollo interiore. Il testo di oggi lo dice chiaramente: «Ma essi non ascoltarono, anzi indurirono la loro cervice come i loro padri, i quali não avevano riposto fiducia no Signore loro Dio.». Preferirono guardare altrove, seguire i costumi degli altri, piuttosto che guardare il proprio cuore e rimanere fedeli all'Alleanza. E il salmo di oggi esprime bene quella que deve essere stata la sofferenza del popolo d'Israele in quel momento: «Dio, tu ci hai respinti, ci hai spezzati; eri adirato, volgi o sguardo a noi! Tu hai scosso, hai spaccato la terra; risana le sue crepe: essa vacilla.». È la conseguenza dei loro atti, la diagnosi di una rottura di relazione con Dio. Ed è precisamente qui che Gesù ci attende nel Vangelo di oggi. Bisogna sapere bene che il Cristo non ci parla di una morale esteriore, egli ci parla della struttura stessa della nostra vita spirituale. Facendo eco alla nostra meditazione domenicale, in cui abbiamo visto come la paura del mondo svanisca davanti allo sguardo amorevole del Padre, Gesù smonta oggi il meccanismo attraverso il quale fuggiamo da questo sguardo: il giudizio dell'altro. Il giudizio è la strategia che utilizziamo per non vedere le nossas stesse crepe, la nostra stessa rovina interiore. Entriamo in questa logica per lasciare che il Signore risani ciò che è spaccato. 1. L'illusione del tribunale interiore Gesù comincia con una parola che risuona come un assoluto: «Non giudicate, per non essere giudicati». Per comprendere la profondità di questa frase, bisogna vedere che il giudizio è un tentativo di prendere il posto di Dio: quando giudico, mi insedio su un trono che non mi appartiene; in effetti, quando giudico, guardo mio fratello non come una persona da amare, ma come una pratica da sbrigare. Ricordiamoci bene del racconto del peccato originale, in cui l'uomo passa a decidere da se stesso ciò che è bene e ciò che è male. È il dramma di Israele nella prima lettura: a forza di guardare gli idoli delle nazioni e di giudicare la Legge di Dio come insufficiente, hanno perso la propria identità. Il Cristo ci avverte: «con la misura con cui misurate sarà misurato a voi». Non si tratta di una minaccia di vendetta divina, ma di una legge spirituale di reciprocità, vista l'incapacità umana di giudicare ciò che è bene e ciò que è male. Il cuore che si chiude alla misericordia verso gli altri diventa incapace di ricevere la misericordia per se stesso, ma non perché Dio si chiuda a lui, no! Ma perché la misericordia gli diventa qualcosa di completamente estraneo, sconosciuto, si direbbe quasi incompatibile! Se passiamo la vita a condannare, costruiamo una prigione di durezza di cui saremo i primi prigionieri. Il rifiuto di giudicare non è ingenuità, è l'inizio della libertà cristiana, dove si ritrova finalmente o nostro vero posto. 2. La pagliuzza e la trave, un'anatomia della fuga L'immagine della pagliuzza e della trave usata da Gesù è quasi umoristica, ma il suo significato è tragico. In effetti, ci si potrebbe ben chiedere: come mai siamo così pronti a notare un filo di pagliuzza nell'altro e totalmente ciechi alla trave che sbarra la nostra stessa vista? La risposta è semplice: esaminare il peccato dell'altro è una magnifica distrazione para non piangere sul nostro. È la grande trappola della vita spirituale: ci si occupa della santità del vicino per não dover cominciare il lavoro a casa propria; ma ciò che bisogna sapere è che preoccuparsi del peccato dell'altro — invece di essere compassionevoli, misericordiosi — denuncia che c'è ancora molto da fare in noi stessi prima di occuparsi dell'altro. La parola, allora, che Gesù usa è forte: Ipocrita! Nel teatro antico, l'ipocrita è colui che indossa una maschera. L'ipocrisia spirituale consiste nell'indossare la maschera del giusto per nascondere un cuore ferito e orgoglioso. San Giovanni della Croce ci ricordava spesso che le anime che cominciano a progredire cadono talvolta in una sorta di ira spirituale, diventando impazienti di fronte alle imperfezioni degli altri, invece di guardare se stesse con umiltà. La trave è questo orgoglio che ci impedisce di vedere che anche noi abbiamo un bisogno infinito di essere salvati. 3. La purificazione dello sguardo per una vera fraternità La conclusione di Gesù non è un divieto di aiutare il nostro fratello, di fatto Egli non dice di lasciare la pagliuzza nell'occhio del fratello per sempre, ma dice: «Togli prima la trave dal tuo occhio; e allora ci vedrai chiaro per togliere la pagliuzza». La priorità é cronologica ed esistenziale. La correzione fraterna è un atto d'amore, necessario per una vera vita comunitaria, ma esige uno sguardo purificato. Se voglio aiutare qualcuno a guarire, non posso approcciarlo con la durezza di un giudice, ma con la compassione di un malato in convalescenza. Solo colui che ha fatto l'esperienza di essere perdonato e guarito da Dio può accostarsi alla debolezza del suo fratello con la delicatezza necessaria. Lo scopo della vita cristiana non è ignorare il male, ma guardarlo con gli occhi del Cristo, occhi pieni di lacrime e di tenerezza, non di condanna. Togliendo la nostra trave attraverso il sacramento del perdono e l'umiltà, riscopriamo che l'altro non è un nemico da valutare, ma un membro dello stesso corpo da sostenere. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La Parola di Dio oggi ci chiama a passare dalla critica che divide all'umiltà che ricostruisce. Per vivere questo concretamente oggi, osserviamo i nostri pensieri e le nostre parole. Non appena sentiamo salire in noi una critica o un giudizio su un collega, un membro della nostra famiglia o un evento, fermiamoci immediatamente. Sostituiamo questo giudizio con una preghiera segreta per questa persona e domandiamo al Signore: Che cosa rivela questa situazione sulle mancanze del mio stesso cuore? E inoltre, facciamo un atto di verità andando a chiedere perdono o ponendo un gesto di benevolenza verso qualcuno che abbiamo mentalmente o verbalmente condannato negli ultimi tempi. Preghiera Signore Gesù, Tu che scruti i reni e i cuori, Tu vedi quanto mi sia facile vedere i difetti degli altri e quanto io sia cieco sulle mie stesse miserie. Perdono per tutte le volte in cui mi sono seduto sul seggio del giudice, dimenticando che sono il primo a dipendere interamente dalla Tua misericordia. Togli, Ti prego, la trave di orgoglio, di sufficienza e di amarezza che ostruisce il mio sguardo. Insegnami la santa umiltà che sa riconoscere le proprie crepe prima di voler riparare quelle altrui. Guarisci la mia vista perché io possa guardare i miei fratelli e sorelle come Tu li guardi: con pazienza, tenerezza e un desiderio immenso di vederli crescere. Non permettere che io indurisca la mia cervice come il popolo d'Israele, ma rendi il mio cuore malleabile e aperto ai Tuoi avvertimenti. Che la mia sola misura verso gli altri sia quella del Tuo amore gratuito, affinché io possa, anch'io, dimorare per sempre sotto lo sguardo del Tuo perdono. Amen.
- Il coraggio della vulnerabilità: vincere la paura sotto lo sguardo del Padre
(12a Domenica del Tempo Ordinario - Anno A) Il profeta Geremia (Cappella Sistina) - Michelangelo, tra 1508 e 1512 Letture della Messa: Ger 20, 10-13 ; Salmo 68/69 ; Rm 5, 12-15 La paura è senza dubbio l’esperienza umana più universale e più paralizzante. In effetti, la paura si insinua nelle nostre relazioni, detta le nostre scelte e finisce spesso per rinchiudere la nostra esistenza in un ceppo di compromessi. Questa 12ª domenica del Tempo Ordinario ci situa precisamente al bivio tra le nostre paure e la verità della nostra fede. La liturgia della Parola non cerca di anestetizzarci con false promesse di comfort, ma al contrario espone la nostra vulnerabilità per introdurvi una certezza liberatrice: noi non siamo abbandonati. Per comprendere l'appello di Cristo a non temere gli uomini, bisogna ascoltare il grido di Geremia della prima lettura, dove il profeta subisce la calunnia e il tradimento dei suoi stessi amici, diventando il bersaglio delle beffe. Di fatto, la sua vita è minacciata perché porta una parola che disturba. Eppure, nel cuore stesso di questa angoscia, si compie un capovolgimento, perché Geremia non si appoggia sulle proprie forze, ma sulla presenza del Signore, che descrive come un «guerriero formidabile». È questa esperienza della persecuzione che illumina la parola di Gesù nel Vangelo di questa domenica. Il Cristo riprende la realtà del combattimento spirituale e umano per dargli la sua dimensione definitiva: la paura umana può essere vinta solo dalla rivelazione della nostra dignità di figli. San Paolo, nella sua lettera ai Romani – seconda lettura –, viene a confermare questa vittoria ricordandoci che se il peccato e la morte hanno ferito la nostra condizione umana, il dono gratuito della grazia in Gesù Cristo è sovrabbondato in modo infinitamente mais potente. Entriamo, allora, insieme in questa dinamica di fiducia. 1. Il complotto della paura e la tentazione del silenzio La prima lettura ci immerge nel clima psicologico della persecuzione: il profeta Geremia sente i mormorii della folla e subisce la sorveglianza ipocrita dei suoi parenti che spiano la sua caduta. Se riflettiamo bene, si tratta di una strategia classica del mondo: isolare colui che cerca di vivere nella verità per spingerlo al compromesso o al silenzio. Questa esperienza di Geremia trova il suo compimento nell'avvertimento che Gesù rivolge ai suoi discepoli nel Vangelo di oggi: il Cristo, in effetti, sa che la testimonianza della verità suscita inevitabilmente l'opposizione. Dobbiamo riconoscere che la paura degli uomini è una trappola temibile perché ci spinge a nascondere ciò che siamo. Ci sussurra che vale la pena fondersi nella massa, tacere le nossas convinzioni profonde e mascherare la nostra fede per evitare il conflitto, che non vale il sacrificio. Ma Gesù, al primo versetto del Vangelo di oggi, spezza questo circolo vizioso: «Non abbiate paura degli uomini; non vi è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che não sarà conosciuto». Il Cristo, dunque, ci invita a rifiutare la doppia vita: «quello che ascoltate all'orecchio, proclamatelo sui tetti». Il primo passo verso la libertà consiste nell'accettare il rischio di essere rifiutati per rimanere fedeli alla verità del Vangelo, fedeli a se stessi. 2. La giusta misura delle minacce: il corpo e l'anima Gesù allora continua il suo discorso introducendo una distinzione fondamentale, ma che allo stesso tempo capovolge la nostra scala di valori: «Non temete quelli che uccidono il corpo, ma não hanno potere di uccidere l'anima». Viviamo in un'epoca che tende ad assolutizzare la sopravvivenza fisica, il benessere materiale…, ma che dimentica che l'uomo è abitato da una dimensione eterna. Coloro che se la prendono con il corpo, sia attraverso la violenza fisica, l'esclusione sociale o la distruzione della reputazione, non hanno in realtà che un potere limitato. Essi non possono toccare l'essenziale: la nostra comunione con Dio. E ne approfitto dell'occasione per aggiungere una piccola parentesi per un parere personale: è precisamente a causa del non avere più questa certezza che abbiamo, in questo nostro secolo, uomini e donne deboli, paralizzati dalla paura e che, di conseguenza, sono bersagli molto facili dell'autoritarismo e dei sistemi che ci incatenano. Viviamo in una società in cui nessuno è capace di reazione: ci si lamenta, si critica, ma nessuno è capace di azione! I personaggi che hanno fatto la storia sono quelli che non avevano paura di dare la loro vita perché erano sicuri di questa verità evangelica: quelli che uccidono il corpo non possono uccidere l'anima. E i primi ad agire sicuri di questa verità erano gli apostoli: la chiesa esiste grazie al sangue versato, ad anime viventi per l'eternità. In effetti, questo discorso di Gesù ci rivela che la vera tragedia non è perdere la vita corporea, ma perdere la propria anima, cioè lasciare spegnere in sé la capacità di amare e di ricevere l'amore di Dio. E per dirlo con un linguaggio terra-terra, che anche gli atei comprendono: chi ama fa la storia, è memorabile; chi non ama viene dimenticato; è questo perire nella geenna, non amare, non ricevere l'amore di Dio. E attenzione, perché temere Dio non significa aver paura di un tiranno crudele, ma provare una santa reverenza davanti al solo che detiene il senso ultimo della nostra esistenza. Vivere il Vangelo è prendere la nostra libertà sul serio, comprendendo che le nostre scelte hanno una portata eterna: è solo questo che ci permette di veramente amare. 3. La teologia del passero e il valore della nostra vita Per strapparci all'angoscia della distruzione, Gesù usa un'immagine di una semplicità e di una tenerezza sconvolgenti, parla dei passeri, questi uccelli così comuni e di così poco valore sui mercati dell'epoca. Eppure, «nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro»: il Cristo ci fa passare da un mondo che sembra retto dal caso o dalla fatalità cieca a un universo sostenuto dalla Provvidenza amorevole di Dio. E l'affermazione culmina in questa rivelazione personalizzata: «perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati». È un modo di dire che nulla di ciò che compone la nostra vita, nessun dettaglio, nessuna ferita nascosta, nessuna lacrima versata nel segreto, sfugge allo sguardo del Padre. È attraverso queste affermazioni evangeliche che dobbiamo convincerci che il nostro valore non dipende dal nostro successo, dalla nostra utilità sociale o dall'approvazione degli uomini, ma dal fatto di essere amati personalmente da Dio. Questa certezza è il solo rimedio efficace contro l'ansia che rode il nostro quotidiano. 4. Il coraggio della testimonianza e lo specchio dell'eternità Il Vangelo si conclude con una parola solenne sulla responsabilità della nostra testimonianza: «Chiunque si ronoscerà per me davanti agli uomini, anch'io mi riconoscerò per lui davanti al Padre mio che è nei cieli». Vi è una reciprocità profonda tra la nostra libertà storica e il riconoscimento eterno: confessare il Cristo davanti agli uomini non significa fare mostra di arroganza o di proselitismo aggressivo, significa assumere pubblicamente la nostra identità di credenti attraverso i nostri atti, le nostre parole e le nostre scelte di vita. E stiamo attenti perché il rinnegamento, al contrario, comincia spesso da piccole codardie quotidiane, quando facciamo finta di non conoscere il Cristo per compiacere a chi ci circonda o per preservare i nostri interessi, la nostra immagine davanti al mondo. Gesù, in questo discorso, ci ricorda che la nostra vita terrena è il luogo in cui si gioca il nostro destino eterno. Come ci insegna la tradizione mistica della Chiesa, alla sera di questa vita, saremo giudicati sull'amore e sulla fedeltà. Riconoscersi per Gesù significa accettare di perdere la nostra vita secondo i criteri del mondo per salvarla nella luce del Padre. Conclusione e applicazione per la nostra giornata La Parola di Dio ci invita oggi a una conversione dello sguardo. Ci propone di passare dalla paura che paralizza alla fiducia che mette in cammino. Per tradurre questa meditazione nel concreto della nostra esistenza, ecco due piste d'azione: Individuiamo la paura specifica che influenza o blocca attualmente una delle nostre decisioni (paura del giudizio di un collega, paura del futuro, paura di non essere all'altezza). Guardiamo questa situazione in faccia e ripetiamo caldamente questa parola di Cristo a noi stessi: Non abbiate timore, voi valete più di molti passeri. Poniamo oggi un atto chiaro, ma allo stesso tempo discreto, di fedeltà alla nostra fede. Questo può essere prendere il tempo di pregare prima di un pasto, un segno di croce prima delle nostre attività, difendere uma persona calunniata in nostra presenza, o esprimere con mitezza, ma in modo chiaro, una convinzione cristiana in una conversazione. Preghiera Signore Gesù, Tu conosci i recessi segreti della mia anima e sai quanto la paura degli uomini e del "che dirà la gente" possa incatenarmi. Troppo spesso ho cercato il rifugio del silenzio o del compromesso per non scontentare, dimenticando la dignità del mio battesimo. Guarisci il mio cuore da questa ansia sterile; insegnami a guardarmi con gli occhi del Padre, a ricordarmi che ciascuno dei miei capelli è contato e che la mia vita ha un prezzo infinito ai Tuoi occhi. Che questa certezza del Tuo amore diventi la mia forza e il mio scudo di fronte alle tempeste e alle incomprensioni del mondo. Dammi la grazia del coraggio; che io non abbia paura di vivere in piena luce ciò che Tu mi sussurri nel segreto della preghiera. Fa' di me un testimone audace e umile della Tua verità, verità rivelata dalle Sacre Scritture, testimoniata e confermata dalla Tradizione della Chiesa, affinché nell'ultimo giorno io possa ascoltare la Tua voce riconoscermi davanti al Padre che è nei cieli. Amen.












