L'audacia del pane e del perdono: dall'accensione di Elia alla fiducia dei figli
- 17 giu
- Tempo di lettura: 5 min

(Giovedì, XI Settimana del Tempo Ordinario)
Letture della Messa: Sir 48, 1-14 ; Salmo 96/97 ; Mt 6, 7-15
La vita spirituale non é una ricerca di prestazioni ou un tentativo di manipolazione della volontà divina a nostro favore. La domenica precedente, il Vangelo ci invitava alla gratuità radicale della missione, ricordandoci che gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente dobbiamo dare. È su questo sfondo che dobbiamo accogliere la liturgia di questo giovedì della 11ª settimana del Tempo Ordinario: perché il nostro dono sia autentico, deve scorrere da una fonte pura, ripulita da ogni logica di commercio con Dio. I testi di oggi operano un contrasto sorprendente: da un lato, il fuoco impressionante di Elia che attraversa la storia confessionale; dall'altro, la sobrietà disarmante del Padre Nostro. Gesù ci invita a passare da una religione dello spettacolare e del controllo a una fede della pura fiducia filiale.
1. Il fuoco di Elia e la trasmissione di un'eredità interiore
Il libro del Siracide dà un ritratto fiammeggiante del profeta Elia. Elia è l'uomo del fuoco, della parola che brucia come una torcia, dei miracoli spettacolari che scuotono i re e chiudono il cielo… Elia impressiona perché la sua azione è visibile, tagliente, indiscutibile. Tuttavia, il testo biblico insiste su um dettaglio capitale: quando Elia viene avvolto nel turbine di fuoco, la sua storia non finisce, si traspone; in effetti, Eliseo viene riempito del seu spirito. Dunque, il testo vuole dirci che il miracolo più duraturo di Elia non è aver fatto scendere il fuoco dal cielo, ma aver lasciato una discendenza spirituale capace di camminare senza esitare davanti ai principi.
È qui che si compie il ponte con la nostra vita concreta: lo zelo di Elia, le sue azioni, trovano la loro fonte in un ascolto assoluto della Parola. Eliseo non eredita una ricetta magica né un potere personale, eredita una relazione. Spesso vorremmo che la nostra fede assomigliasse al fuoco di Elia, che potesse risolvere i nostri problemi con colpi di scena o interventi spettacolari, ecc. Ma il testo ci mostra che la vera eredità profetica è una disposizione interiore, una fedeltà che attraversa la morte e continua ad agire nel silenzio della storia.
2. La trappola della ripetizione meccanica e l'illusione del controllo
È precisamente su questo terreno della relazione che Gesù ci attende nel Vangelo di Matteo. Dicendoci di non sprecare parole come i pagani, il Cristo accusa il nostro riflesso più arcaico, che è il bisogno di controllo. Sul piano dell'esegesi biblica, la parola greca utilizzata da Matteo è βατταλογήσητε, dal verbo βατταλογέω (battalogeo), un termine difficile da tradurre che evoca la balbuzie; concettualmente, sarebbe l'accumulo di parole vuote, prive di senso, vane, una litania meccanica. Con切, i pagani pensano che Dio sia una potenza lontana, distratta o capricciosa, che bisogna svegliare, sedurre o saturare di informazioni per ottenere ciò che si vuole.
Gesù infrange questo idolo in un solo colpo: «il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate». E allora, una domanda sorge spontanea: se Dio sa già tutto, allora perché pregare? Ma la risposta è liberatoria: la preghiera non serve a informare Dio, serve a dilatare il nostro cuore perché diventiamo capaci di ricevere ciò che Egli vuole donarci. Sprecare parole, dunque, è voler piegare la volontà di Dio alla nostra con la forza della nostra insistenza. La preghiera cristiana, al contrario, comincia con un disarmo; essa è l'atto con cui accetto di lasciare le mie strategie di persuasione per entrare nella fiducia in un Altro che so che mi ama e mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso.
3. Il Padre Nostro o la geografia della filiazione
Per strapparci a questa magia verbale, Gesù ci offre una struttura, parole precise che riorganizzano la nostra architettura interiore. Il Padre Nostro comincia con una decentralizzazione: il Padre è il soggetto, è Lui il centro! Dopo, le prime tre domande non parlano di noi, ma di Lui: il suo Nome, il suo Regno, la sua Volontà. È questo il segreto della pace cristiana: prima di gridare i miei bisogni, mi ricordo chi Egli è; mi ricordo che il Signore del mondo è il mio Padre, e che il suo progetto su di me è un progetto di vita.
In seguito, e solo in seguito, il Vangelo ci fa scendere nel realismo più crudo del nostro quotidiano: il pane e il perdono. Il pane di questo giorno è l'antipanico per eccellenza, perché in effetti il Cristo non ci chiede di pregare per le riserve dei prossimi dieci anni, ma per oggi: è il ritorno spirituale alla manna do deserto. Chiedere os pane quotidiano, giorno dopo giorno, è guarire dall'angoscia del domani e accettare di dipendere amorosamente da Dio. Quanto al perdono, Gesù vi ritorna con un'insistenza quasi fastidiosa alla fine del testo, perché ci fa comprendere che il perdono ricevuto e donato è il test di verità della nostra preghiera: non possiamo respirare l'amore di Dio da una parte e bloccare la sua circolazione dall'altra. Il perdono è il punto in cui la preghiera lascia il dominio delle idee per incarnarsi nella carne delle nostre relazioni umane.
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
Il Padre Nostro non è una formula da recitare macinalmente per placare la nostra coscienza, è un programma di vita che scuote le nostre priorità e guarisce il nostro rapporto con il mondo. Per verificare la verità della nostra preghiera oggi, cerchiamo di vivere almeno questi due atteggiamenti:
Fermiamoci un istante prima di cominciare le nostre preghiere o le nostre domande ansiose, e prendiamo il tempo di pronunciare la parola «Padre» con lentezza, realizzando la sicurezza assoluta che questa parola contiene, e lasciamo che questa certezza disarmi il nostro bisogno di pianificare tutto.
Esaminiamo se abbiamo un debito, un rancore o un'amarezza verso qualcuno in questo momento. Il Cristo ci mostra che la nostra capacità di ricevere la Sua pace è proporzionale alla nostra libertà nel lasciare andare i torti degli altri. Dunque, scegliamo il perdono, anche discreto, come un atto di fiducia filiale.
Preghiera
Signore Gesù, grazie di avermi liberato dal peso di dover convincere Dio. Grazie di rivelarmi che non ho bisogno di essere perfetto, rumoroso o spettacolare come Elia per essere ascoltato, ma che mi basta essere un figlio, una figlia, sotto lo sguardo del suo Padre.
Liberami da questa tendenza pagana ad accumulare parole per paura del vuoto o per bisogno di controllare il futuro. Insegnami il silenzio della fiducia. Dammi oggi il pane necessario per fare un passo in più, senza l'angoscia del domani, riposando sulla Tua provvidenza.
Purifica il mio cuore da ogni amarezza. Vieni a spezzare le mie logiche di contabilità nelle mie relazioni, e accordami la forza di perdonare come Tu mi perdoni. Che la Tua volontà sia la mia pace, e che la mia vita corrente diventi, giorno dopo giorno, il luogo in cui il Tuo Nome è santificato. Amen.





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