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La folle generosità del Seminatore e il lavoro del suolo

  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

(15a domenica del Tempo Ordinario - Anno A)

Il seminatore, c.1888, Vincent van Gogh
Il seminatore, c.1888, Vincent van Gogh

Letture della Messa: Is 55, 10-11 ; Salmo 64/65 ; Rm 8, 18-23 ; Mt 13, 1-23


Vi è una forma di spreco divino che dovrebbe saltarci agli occhi ogni volta che leggiamo l'Evangelo, e particolarmente in questa quindicesima domenica del Tempo Ordinario. Di fatto, siamo talmente abituati alla parabola del seminatore che dimentichiamo fino a che punto il comportamento di questo contadino sia paradossale, se non provocatorio per la nostra mentalità di efficacia e di redditività. Chi getterebbe del grano sull'asfalto, tra le pietre o in mezzo ai rovi? Eppure, è esattamente così che Dio agisce con noi.

Per entrare pienamente nel mistero di questa pagina, dobbiamo sollevare gli occhi verso la promessa che il profeta Isaia formulava nella prima lettura. Dio vi afferma che la sua parola non ritorna mai a lui senza effetto, senza aver fatto germogliare la terra. La Parola di Dio non è una semplice informazione o uma morale in più, ma essa è un evento che compie sempre ciò per cui è stata inviata. Nella lingua ebraica, la parola Dabar (דָּבָר) significa al tempo stesso parola e azione, ciò significa che quando Dio parla, Egli fa. Pertanto, pensare che la Parola di Dieu dipenda unicamente dalle nostre competenze o dalla nostra santità è una sottile tentazione d'orgoglio.

Il legame tra questi due testi – la prima lettura e l'evangelo – è il perno della nostra fede: la Parola ha un'efficacia intrinseca, una forza di risurrezione assoluta. Ma allora, perché l'Evangelo ci mostra così tanti fallimenti apparenti? Perché questa Parola, che porta in sé la potenza della pioggia di Isaia, finisce talvolta soffocata o inaridita? La risposta non si trova nella potenza del grano, ma nello stato della nostra libertà. Dio è un seminatore prodigo che rifiuta di selezionare i cuori prima di amarli.


1. La strada o il pericolo della distrazione superficiale

Il primo terreno descritto da Gesù è la strada, il bordo della strada. Non si tratta di una cattiva terra in sé, ma è semplicemente una terra calpestata, diventata impermeabile a forza di vedere passare tutti. Questo descrive bene la nostra vita quando la lasciamo diventare un luogo di passaggio pubblico, senza intimità, senza interiorità. Quando la Parola cade sulla strada, essa rimane in superficie, e gli uccelli del cielo, che il Cristo identifica con il Maligno, non hanno alcuno sforzo da compiere per impadronirsene.

Il dramma della nostra epoca non è spesso un'ostilità cosciente verso Dio, ma una distrazione cronica che rende lo spirito impermeabile. È impressionante vedere come vi siano persone che ci ascoltano meravigliate, ma nulla cambia: ci ringraziano, ma finisce lì; ma anche noi possiamo trovarci in questa stessa situazione. Di fatto, viviamo nel rumore, nell'urgenza, nello scorrimento incessante di informazioni e di immagini, il che fa sì che la nostra interiorità si indurisca a forza di essere calpestata da così tante sollecitazioni. La conseguenza è che la Parola non penetra perché non vi è più spazio di silenzio per accoglierla. È il pericolo di una fede puramente intellettuale o di una pratica abitudinaria e di rituali senza vita quasi automatizzati, in cui si ascoltano le parole senza mai lasciarle scendere nella profondità della nostra esistenza reale, delle nostre ferite e dei nostri desideri profondi.


2. Il terreno sassoso o la tentazione dell'emozione senza radice

Il secondo suolo è più ingannevole, il terreno sassoso, perché vi è un po' di terra, il seme germoglia molto presto e l'entusiasmo è immediato. È la figura del credente che vive la sua fede al ritmo delle sue emozioni: finché il clima è caloroso, la liturgia è bella e la vita sorride, la fede sembra radiosa. L'esegesi biblica ci aiuta a comprendere che Gesù non parla della terra con dei sassi sparsi; il termine greco utilizzato nell'Evangelo è to petrôdes (το πετρώδες), che designa precisamente una configurazione geologica tipica della Palestina, e particolarmente della Galilea: una lastra di roccia calcarea continua, situata appena a qualche centimetro sotto la superficie del suolo, sotto un sottile strato di humus. La radice non può scendere.

In un terreno come questo, non appena il sole brucia — vale a dire non appena sorgono la prova, il lutto, l'aridità spirituale o la semplice monotonia del quotidiano — la pianta secca. Pertanto, una fede che non prende radice nella volontà e nell'impegno fedele non può sopravvivere alla crisi. Il Cristo, dunque, ci avverte che la vita cristiana comporta la sua parte di tribolazione. Se la nostra relazione con Dio si basa solo sul benessere spirituale che ci procura, capitoliere al primo colpo di vento. Il calcare interiore, allora, dev'essere spezzato dalla scelta consapevole di rimanere fedele, anche nella notte della fede.


3. I rovi o la trappola della divisione del cuore

Il terzo terreno è ingombrato. Il seme vi penetra, le radici crescono, ma deve condividere lo spazio con dei rovi che Gesù identifica chiaramente: le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza. È il dramma del cuore diviso: vogliamo Dio, ma vogliamo anche mantenere il controllo assoluto sulla nostra sicurezza materiale e sulla nostra reputazione.

La parola "preoccupazione" qui non designa la giusta responsabilità umana – di fatto, Gesù non condanna il mondo in sé, né il lavoro, né le necessità della vita quotidiana –, ma quell'angoscia che corrode e che spinge a cercare la propria salvezza nelle cose di questo mondo. I rovi soffocano la Parola togliendole la luce e l'ossigeno. Ci si ritrova allora con una fede asfissiata, incapace di portare frutto o di compiere scelte profetiche. Non si possono servire due padroni, non perché Dio sia geloso in senso umano, ma perché il nostro cuore è troppo piccolo per contenere al tempo stesso l'infinito del suo amore e l'ossessione dei nostri idoli della sicurezza. Pertanto, perché il seme cresca, non basta pregare di più; bisogna accettare di potare, di tagliare i rovi della dispersione/distrazione per restituire al Cristo il primato della nostra attenzione.


4. La buona terra e la logica del centuplo

Arriva infine la buona terra. Che cosa la rende buona? Non è l'assenza di debolezze o una purezza morale impeccabile, ma una terra che è stata arata, rivoltata, aperta; è il cuore di colui «che ascolta la Parola e la comprende», ci dice Gesù. Comprendere, nel senso biblico, non è semplicemente afferrare con l'intelligenza, è "prendere in sé", abbracciare la Parola al punto di lasciarla riconfigurare le nostre priorità.

Questa buona terra produce frutto in modo vario: cento, sessanta o trenta per uno. Il Cristo rispetta il ritmo e la capacità di ciascuno, l'essenziale è la fecondità. Come ricordava Isaia, nella prima lettura, la pioggia non ritorna al cielo senza aver fecondato il suolo. Quando cediamo alla Parola, quando accettiamo che Dio ari le nostre certezze, la nostra vita diventa miracolosamente feconda, ben al di là delle nostre capacità naturali. Questa fecondità non è un successo umano, essa è il traboccare della vita divina in noi.


Conclusione e applicazione per la vita

Il messaggio di questa domenica è un appello a passare da una postura di spettatore della Parola a quella di un artigiano del nostro proprio suolo spirituale. Il Seminatore ha già dato tutto, il seme è perfetto e il sole della sua grazia brilla senza distinzione su ciascuno di noi. La domanda non è dunque mai: "Où est Dieu?", ma piuttosto: "A che punto sono con la mia terra?".

Durante questa settimana che si apre, possiamo compiere atti concreti per lavorare il nostro suolo:

  • Contro la strada calpestata, decidiamo di preservare ogni giorno cinque o dieci miuti di silenzio stretto dopo la lettura dei testi della liturgia del giorno, senza telefono né distrazione, per lasciare la Parola scendere in noi.

  • Contro il terreno roccioso, scegliamo la fedeltà alla preghiera anche se non "sentiamo" nulla, poiché è nell'aridità che le radici affondano più lontano.

  • Contro i rovi, individuiamo l'inquietudine materiale o la preoccupazione per lo sguardo degli altri che ci paralizza, e rimettiamola esplicitamente alla misericordia di Dio.


Preghiera

Signore Gesù, Seminatore infaticabile e paziente, ti ringrazio per la tua folle fiducia. Tu conosci le mie durezze, le mie leggerezze e questi rovi che, troppo spesso, invadono le mie giornate, eppure continui a gettare a piene mani il grano prezioso della tua Parola nel segreto della mia anima.

Ti chiedo oggi la grazia di un cuore aperto. Vieni ad arare in me ciò che si è indurito lungo le delusioni e le abitudini. Spezza la roccia delle mie superficialità perché la mia fede non dipenda dalle mie sole emozioni, e dammi il coraggio di recidere i rovi dell'ansia che mi soffocano. Fa' di me, passo dopo passo, una terra umile, accogliente e feconda, capace di far maturare il tuo amore per la gioia del mondo e la gloria del tuo Nome. Amen.

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Sono Saulo de Tarso. Attraverso questo blog personale, desidero condividere con voi la mia passione per le Sacre Scritture, la teologia e la filosofia. Tra i miei studi e il mio lavoro, questo sito è uno spazio per approfondire la mia conoscenza di Gesù Cristo, che è la Via, la Verità e la Vita. Qui troverete meditazioni e riflessioni quotidiane per nutrire la vostra vita spirituale.

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