Nella mano del Vasaio: lasciare che la grazia plasmi il nostro essere
- 29 lug
- Tempo di lettura: 5 min
(Giovedì, XVII Settimana del Tempo Ordinario)

Letture della Messa: Ger 18, 1-6 ; Sal 145(146) ; Mt 13, 47-53
In questo giovedì della diciassettesima settimana del Tempo Ordinario, la Chiesa ci fa fare una pausa suggestiva nella bottega di un artigiano. La voce del Signore si rivolge a Geremia e, attraverso di lui, a ciascuno di noi: «Alzati, scendi nella casa del vasaio; là ti farò ascoltare le mie parole».
C'è un'immensa pedagogia spirituale in questo invito a scendere. Per ascoltare la voce di Dio, dobbiamo lasciare le nostre altezze, le nostre certezze e i nostri ragionamenti autosufficienti per raggiungere il luogo della materia grezza, il luogo della nostra umanità reale, fatta di polvere e di soffio.
Vale sempre la pena ricordare che il messaggio della domenica precedente continua ad illuminare il nostro cammino. Domenica scorsa, la Parola ci svelava il valore inestimabile del Regno dei Cieli, quel tesoro nascosto e quella perla di gran prezzo per i quali un uomo è disposto a vendere tutto. E oggi, la Liturgia ci mostra come questo tesoro si plasmi nel più profondo di noi. È accettando la nostra condizione di argilla nelle mani del Dio vivente che diventiamo ricettacoli degni di accogliere il tesoro del Regno.
1. L'elasticità dell'argilla e il mistero delle nostre rotture
Nella prima lettura, il profeta Geremia contempla il vasaio al lavoro: «Se si sgualciva il vaso che stava modellando con l'argilla, il vasaio riprosessionava a farne un altro». Quale consolazione infinita racchiude questa osservazione! Il Dio d'Israele non è un giudice implacabile che getta via il pezzo riuscito male. Quando la nostra vita spirituale crolla, quando la debolezza della nostra carne rovilina il disegno originale, Dio non rinuncia a noi: non getta via l'argilla, ma la raccoglie, la reidrata con la Sua Grazia e ricomincia un altro vaso.
Sul piano dell'esegesi biblica, la parola ebraica per vasaio (יוֹצֵר, yotzer) condivide la stessa radice (יצר) della parola usata nel Libro della Genesi quando Dio plasma (יִּיצֶר, yatzar) l'uomo dalla polvere del suolo (Gen 2, 7). Dio è il Creatore permanente del nostro essere. La nostra unica tragedia si verifica quando l'argilla si indurisce, quando perde la sua elasticità a causa dell'orgoglio o della disperazione. Finché l'argilla rimane morbida e malleabile, il Vasaio può riparare tutto. Come scriveva con profonda intuizione mistica Santa Teresina del Bambino Gesù: «Ciò che piace a Dio nella mia piccola anima è vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la cieca speranza che ho nella sua misericordia.»
2. La rete gettata nel mare: la pazienza di Dio e il discernimento finale
Questo lavoro intimo di plasmazione trova il suo compimento nel Vangelo di oggi, in cui Gesù conclude il suo discorso in parabole con l'immagine della rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci. Attraverso questa immagine possiamo dire che il Regno dei Cieli è una realtà inclusiva e paziente. Il mare rappresenta il mondo, uno spazio vasto e talvolta tempestoso, dove i giusti e i malvagi nuotano insieme nelle stesse acque.
Notiamo l'atteggiamento dei pescatori: finché la rete è in acqua, non si fa la cernita. In continuità con tutto il capitolo 13 di San Matteo, questa immagine rafforza l'affermazione che Dio tollera la mescolanza, Egli dà tempo alla conversione. La Chiesa non è un club di puri, ma una rete di grazia che raccoglie l'umanità ferita. Tuttavia, la parabola ci ricorda con una gravità serena che ci sarà un termine: quando la rete è piena, la si tira sulla riva, ci si siede e si fa la cernita.
E possiamo porre la domanda: che cos'è che rende un pesce "buono" o "cattivo" alla sera della vita? Nella Liturgia di oggi, possiamo concludere che è precisamente la sua capacità di essersi lasciato riplasmare dal Vasaio celeste, chi si lascia trasformare e impara da Lui ad amare! Il pesce cattivo è quello che ha rifiutato la trasformazione, quello che è rimasto duro, improprio alla comunione perché non ha imparato ad amare. La cernita finale non è una decisione arbitraria di Dio, ma la rivelazione di ciò che abbiamo scelto di essere: un'argilla ammorbidita dall'amore o un cuore di pietra impermeabile alla grazia.
3. Trarre dal proprio tesoro cose nuove e cose antiche
Alla fine di questi insegnamenti, Gesù pone una domanda diretta ai suoi discepoli: «Avete compreso tutte queste cose?». La loro risposta – un «Sì» fiducioso – apre la strada a una magnifica definizione dell'uomo spirituale: «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei Cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
L'antico è la Legge (l'Antico Testamento), la storia del popolo d'Israele, ma anche – a livello personale – la nostra storia, la nostra pasta umana, le nostre esperienze passate e persino i nostri fallimenti che Dio ha riscattato. Il nuovo è la grazia di Cristo, la novità del Vangelo (il Nuovo Testamento) che viene a trasfigurare, o aggiornare, l'antico senza distruggerlo. L'uomo di fede non rinnega il suo passato; lascia che sia illuminato dalla novità dello Spirito.
Come sottolineava San Giovanni della Croce meditando sul modo in cui Dio purifica e illumina lo spirito umano: «L'anima unita a Dio è trasformata in Lui, ed Egli le comunica la sua propria sapienza e la sua bellezza, senza che l'anima perda la sua essenza propria.» (Salita del Monte Carmelo, Libro II, cap. 5). Dio non distrugge la materia della nostra vita: la santifica. Il vecchio vaso rotto diventa, per il tocco di Cristo, un'opera nuova brillante della sua luce.
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
Nella nostra vita quotidiana, non temiamo i nostri limiti né le nostre imperfezioni. Se sentiamo che il nostro vaso si è incrinato sotto il peso delle prove, delle ricadute o della stanchezza, non fuggiamo dalla Bottega. Come applicazione concreta per la nostra vita, ecco alcuni spunti:
L'atto di abbandono: In un momento di preghiera silenziosa, affidiamo a Dio una situazione in cui ci sentiamo "rovinati" o spezzati; diciamogli con fiducia: «Signore, riprendi questa pasta e rifanne un vaso secondo il tuo cuore».
La pazienza verso gli altri: Non affrettiamo il giudizio sui nostri fratelli, perché la rete è ancora nel mare e non spetta a noi fare la cernita, ma agli angeli... Quindi, concediamo agli altri la stessa pazienza che il Vasaio mostra a noi.
Valorizzare la storia personale: Guardiamo al nostro passato senza amarezza. Traiamo da esso la sapienza (l'antico) per accogliere con gioia la novità della grazia oggi (il nuovo).
Preghiera
Signore Gesù, Vasaio dell'anima mia, mi presento davanti a Te con la pasta povera e fragile della mia esistenza. Molte volte il mio vaso si è incrinato, turbato dal mio orgoglio o dalle mie debolezze. Eppure, Tu non mi respingi; le Tue mani benevole continuano a plasmarmi con un'immensa tenerezza.
Donami un cuore docile, una volontà malleabile nelle Tue mani. Liberami dalla tentazione di giudicare i miei fratelli prima del tempo e insegnami ad attendere il giorno della Tua mietitura nella pace e nella fiducia. Fa' di me quello scriba saggio che sa riconoscere la bellezza della Tua grazia in ogni dettaglio della sua storia. Nelle Tue mani, Signore, consegno il mio spirito e la mia vita. Amen.





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