La luce che ci rialza dai nostri timori
- 5 ago
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(Giovedì, 06 agosto, Trasfigurazione del Signore — Festa)
Letture della Messa: Dn 7, 9-10.13-14 ; Sal 96(97) ; Mt 17, 1-9
In questo giorno di festa, la Chiesa ci fa salire su un monte. Nel linguaggio biblico, il monte non é un semplice dato geografico, ma molto di più: è il luogo dell'intimità con Dio, lo spazio in cui la terra tocca il cielo e dove il rumore del mondo si placa per lasciare posto al silenzio interiore. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni — gli stessi che prenderà più tardi con sé nel giardino degli Ulivi — e li conduce in disparte.
Sulla cima del Tabor, un velo si squarcia: i discepoli non vedono un Gesù metamorfosato in un'altra creatura, vedono la realtà della sua persona esplodere attraverso la sua carne mortale. Il testo ci dice che il volto di Gesù diventa brillante come il sole e le sue vesti bianche come la luce. La festa della Trasfigurazione viene allora a interrogare le nostre stesse cecità: che cosa guardiamo in Gesù? Restiamo alla superficie della sua umanità – un uomo straordinario, forse, ma lontano dalla mia realtà ordinaria –, o lasciamo che la sua divinità illumini la nostra stessa esistenza?
1. Il Figlio dell'uomo e la gloria promessa nella profezia
Per comprendere il dramma mistico che si gioca sul Tabor, dobbiamo prestare orecchio alla visione di Daniele proclamata nella prima lettura di questa festa. Il profeta contempla, durante la notte, un tribunale celeste in cui siede il Vegliardo, vestito di bianco come la neve, in mezzo a fiumi di fuoco: è il mondo inaccessibile della maestà divina. Ma al verso successivo, Daniele vede venire sulle nubi del cielo «uno simile a un figlio d'uomo» al quale sono dati dominio, gloria e un regno eterno.
Questa visione profetica trovava il suo compimento segreto nella persona di Gesù che camminava sulle strade della Galilea. Tuttavia, nessuno poteva immaginare come la maestà di Dio e la fragilità umana si sarebbero unite. Nel Vangelo di questa festa, sul monte, la presenza di Mosè ed Elia — che rappresentano rispettivamente la Legge e i Profeti — viene ad attestare che tutto ciò che è stato scritto si compie in Gesù. Il Figlio dell'uomo di Daniele, dunque, non è una figura lontana del futuro: i discepoli lo vedono, Egli è lì davanti a loro, mentre parla con la Legge e i Profeti del suo prossimo esodo a Gerusalemme. La Trasfigurazione è questa breccia nel tempo in cui la gloria eterna del Figlio viene ad illuminare il cammino della sua obbedienza terrena.
2. La trappola del fissarsi e l'apprendimento dell'ascolto
Davanti a questo spettacolo prodigioso, la reazione di Pietro è profondamente umana: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne». Chi di noi non ha mai desiderato immortalare un momento di grazia, sospendere il tempo, fissare l'esperienza consolante della presenza di Dio? Pietro vuole trattenere la luce, costruire una dimora stabile per evitare il ritorno al quotidiano e, soprattutto, per evitare di dover ridiscendere verso l'annuncio scandaloso della Croce che Gesù aveva fatto pochi giorni prima — infatti, il testo di oggi comincia con «Sei giorni dopo...» che Gesù aveva detto loro che bisognava andare a Gerusalemme per subire la Passione (cfr. Mt 16, 21ss).
Ma la risposta di Dio non convalida il progetto di Pietro. Mentre egli parla ancora, una nube luminosa li copre con la sua ombra. È il paradosso divino per eccellenza: la nube della Presenza di Dio è al tempo stesso ombra e luce. E da questa nube esce la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l'amato, nel quale ho posto il mio compiacimento: ascoltatelo!». La vita spirituale non consiste nel costruire capanne per rinchiudere Dio nelle nostre consolazioni emotive; la vita spirituale consiste nell'ascoltare il Figlio, anche quando le sue parole ci conducono su sentieri che non avremmo scelto. Così, cedendo l'estasi il posto all'obbedienza della fede, la visione sfuma per lasciare posto all'ascolto della Parola.
3. La pedagogia della notte e il tocco di Cristo
All'udire la voce del Padre, i discepoli cadono con a faccia a terra e sono presi da grande timore. È l'esperienza santa del sacro, quella che l'essere umano conosce quando misura la distanza infinita tra la sua piccolezza peccatrice e la santità del Dio vivente. San Giovanni della Croce ha profondamente analizzato questa oscurità sacra spiegando che «la fede è una notte oscura per l'anima, ma è precisamente attraverso questa oscurità che essa dà luce allo spirito» (S. Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, Libro II, cap. 5, § 5).
In questa oscurità in cui crolla la superbia umana, il gesto di Gesù è di una tenerezza inaudita: «Gesù si avvicinò, li toccò e disse: Alzatevi e non temete!». Gesù non lascia l'uomo schiacciato sotto il peso della maestà divina, Egli viene a toccare la carne spaventata: il Dio trasfigurato è il Dio che si china per rialzare. La sua gloria non ha per scopo di terrorizzarci, ma di darci la forza di rialzarci. E quando i discepoli levano gli occhi, la visione spettacolare è scomparsa: non resta che «Gesù, solo». Tutto si è dissolto: Mosè, Elia, la nube, la voce. Resta il Gesù del quotidiano, Colui con il quale bisogna ridiscendere nella pianura, riprendere il cammino e marciare verso la tragedia e la vittoria del Golgota.
4. Una gloria riservata per il giorno della Risurrezione
Scendendo dal monte, Gesù impone il silenzio ai suoi discepoli: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti». Perché questo segreto messianico così rigoroso? Perché la gloria del Tabor senza il mistero della Croce è un'illusione spirituale: se Pietro, Giacomo e Giovanni avessero predicato il Cristo glorioso del Tabor prima del Venerdì Santo, avrebbero annunciato un Messia trionfante secondo i criteri di questo mondo, un Dio di spettacolo che evita la sofferenza e la morte; ma il nostro Dio, il vero Dio, non è quello.
Sant'Agostino ricordava ai suoi fedeli il senso di questo cammino: «Scendi, Pietro! Desideravi riposare sul monte; scendi, predica la Parola, insisti a tempo debito e inopportuno, lavora, soffri... al fine di possedere per mezzo della carità ciò che è figurato nella candidezza delle vesti del Signore» (Sant'Agostino, Discorso 78, 6). La Trasfigurazione non è un'alternativa alla Croce, ne è la spiegazione anticipata; essa rivela che la sofferenza del Servo non è un fallimento assurdo, ma il passaggio necessario affinché la Gloria divina invada e riscatti l'umanità intera.
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
La festa della Trasfigurazione ci ricorda che non possiamo abitare permanentemente sulle cime delle consolazioni spirituali. Vi sono momenti nella nostra esistenza in cui Dio ci dà di sentire la Sua presenza con chiarezza, istanti di preghiera in cui la Sua luce dissipa i nostri dubbi. Questi momenti sono reali, ma sono tappe, non una dimora definitiva su questa terra.
La Trasfigurazione serve a illuminare i nostri giorni di pianura e di valle. Quando sopraggiungono le ore di tenebra, di lutto, di malattia o di aridità interiore — quei momenti in cui la fede sembra essere solo un bagliore fragile —, dobbiamo ricordarci della luce del Tabor. Il Cristo che seguiamo nella banalità dei nostri giorni è lo stesso il cui volto brilla come il sole. Oggi, ascoltiamo la Sua voce, lasciamo che la Sua mano ci tocchi nei nostri timori e ridiscendiamo nelle nostre attività ordinarie con la certezza che la Sua Gloria abita già segretamente la nostra fragilità.
Preghiera
Signore Gesù, Tu hai condotto i tuoi discepoli sul alto monte per svelare loro lo splendore della tua divinità e prepararli allo scandalo della Croce. Conosci la debolezza del mio cuore, così spesso tentato di cercare consolazioni facili e di fuggire le esigenze del quotidiano. Quando l'oscurità mi assale e il timore mi paralizza, avvicinati a me, Signore. Tocca la mia anima ferita, fammi ascoltare la tua voce che mi dice: «Alzati e non temere». Donami la grazia di non cercare nulla all'fuori di Te solo. Che la memoria della Tua luce trasformi il mio sguardo sui miei fratelli e mi dia la forza di camminare, giorno dopo giorno, sulle tue orme, fino al giorno in cui trasfigurerai il mio povero corpo ad immagine del Tuo corpo glorioso. Amen.






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