La fecondità del grano sepolto: morire a se stessi per imparare ad amare
- 9 ago
- Tempo di lettura: 5 min
(Lunedì, 10 agosto ; San Lorenzo, diacono e martire — Festa)
Letture della Messa: 2 Cor 9, 6-10 ; Sal 111 (112) ; Gv 12, 24-26
In questo inizio di settimana, la liturgia ci fa fare una sosta luminosa con la festa di san Lorenzo, diacono e martire. Lasciamo per un istante il filo della diciannovesima domenica del Tempo Ordinario, in cui contemplavamo Gesù che camminava sulle acque e stendeva la mano a Pietro nella sua tempesta interiore. Eppure, il cuore del messaggio rimane lo stesso: si tratta sempre di abbandonare le nostre false sicurezze per gettarci tra le braccia del Padre. Mentre la giornata di ieri ci ha insegnato la fiducia in mezzo al vento, la Liturgia di oggi ci mostra fin dove questa fiducia può condurci: fino alla consegna totale della nostra stessa esistenza.
San Paolo, nella sua seconda lettera ai Corinzi, pone le basi di un'aritmetica divina molto misteriosa per i nostri spiriti calcolatori: «Chi semina scarsamente, scarsamente mieterà; e chi semina con larghezza, con larghezza mieterà». L'Apostolo non parla semplicemente di monete o di beni materiali, ma descrive un atteggiamento del cuore, una disposizione interiore nei confronti della Grazia. Dio ama chi dona con gioia, non per costrizione, ma perché ha compreso che tutto ciò que possiede è già un dono. Questa affermazione trova la sua radice ultima nel Vangelo di oggi, dal dodicesimo capitolo di san Giovanni, dove Gesù, nell'annunciare la sua passione imminente, ci offre questa immagine di una semplicità sorprendente: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».
1. Il dramma del seme trattenuto nella mano
È una tentazione molto sottile e molto profonda quella che abita il cuore umano: quella di voler preservare la propria vita, di proteggerla, di custodirla sotto chiave. Tutti noi abbiamo, in fondo a noi stessi, questa tendenza a stringere il pugno sul nostro tempo, sui nostri talenti, sul nostro comfort, sulla nostra reputazione... e crediamo così di metterci al sicuro! Ora, il Vangelo ci avverte con una severità del tutto paterna: il chicco di grano che si conserva ben asciutto in un granaio non marcisce, è vero, ma rimane disperatamente solo.
La solitudine esistenziale – quindi non solo spirituale, ma anche psicologica, affettiva – nasce spesso dal nostro rifiuto di donarci. Quando rifiutiamo di avanzare, quando chiudiamo le braccia per paura di essere feriti o spossessati, condanniamo la nostra vita alla sterilità: è l'esperienza della sequestrazione di se stessi; si crede di salvarsi e ci si spegne lentamente. Sant'Agostino notava già nei suoi trattati sul Vangelo di Giovanni che Cristo ha voluto mostrarci con la sua stessa carne che il passaggio attraverso il seppellimento non è una distruzione, ma la condizione unica dello sbocciare.
La prima lettura ci dà la chiave per uscire da questa prigione: il dono gioioso. Donare senza rimpianti significa accettare che ciò che viene donato non ci appartenga più; significa accettare di aprire la mano.
2. La morte del grano: una trasformazione, non un annientamento
Ma che cosa significa questo "morire" come il chicco di grano nel quotidiano delle nostre vite? Non si tratta di una ricerca morbosa della sofferenza, né di un disprezzo per la creazione. La morte di cui parla Cristo è un atto di amore e di fiducia, è accettare di perdere il controllo. Quando il grano viene messo sotto terra, perde la sua forma, il suo splendore, la sua durezza; si decompone sotto l'azione dell'umidità e dell'ombra.
Per noi, questo seppellimento si traduce nei piccoli rinunciamenti di ogni giorno: perdonare a qualcuno che non lo chiede, ascoltare pazientemente quando si vorrebbe parlare, accettare di essere dimenticati o incompresi, servire senza cercare riconoscimento... «Chi ama la propria vita, la perde; e chi odia la propria vita in questo mondo, la custodirà per la vita eterna». Distaccarsi dalla propria vita significa smettere di considerarsi il centro del mondo.
Quando accettiamo di morire al nostro ego, alla nostra volontà propria di imporre le nostre regole, lasciamo spazio alla vita di Dio in noi. E come più volte abbiamo ricordato, il dottore mistico, San Giovanni della Croce, scriveva nella Salita del Monte Carmelo che per giungere a possedere tutto, bisogna non voler possedere nulla in nulla. Questo spossessamento interiore è la terra umida dove il grano finalmente si spezza per lasciar scaturire lo stelo.
3. Seguire il Servo per essere onorati dal Padre
Gesù conclude il suo insegnamento con un invito al seguito personale: «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore». Dov'è il Cristo? È sul cammino del dono totale, è accanto ai poveri, è sulla Croce, ma è anche nella gloria della Risurrezione. Non si può separare il Servo dal suo Signore.
Servire il Cristo non è compiere una serie di doveri freddi per meritare uno stipendio, ma entrare nella Sua stessa dinamica d'amore. San Lorenzo ha incarnato questa parola in modo splendido. Quando gli venivano chiesti i tesori della Chiesa, ha presentato i poveri, gli zoppi, i ciechi, affermando che essi erano il vero tesoro di Cristo. Ha dato la sua vita in una gioia profonda, quasi sconcertante per i suoi carnefici, perché sapeva dove andava; il suo cuore non era più attaccato alla terra.
Questo brano del Vangelo si conclude con una promessa magnifica: «Se uno serve me, il Padre lo onorerà». Quale dignità essere onorati dal Padre! Non con gli applausi effimeri degli uomini, ma con lo sguardo d'amore del Creatore che riconosce nel servitore i tratti del suo proprio Figlio.
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
Guardiamo alla nostra giornata che inizia. Abbiamo tutti davanti a noi granai da aprire e semi da seminare. La domanda che la Parola di Dio ci pone oggi è semplice: a che cosa ho paura di rinunciare oggi? Che cosa sto ancora trattenendo nervosamente nella mia mano?
Forse si tratta di un progetto personale a cui teniamo esageratamente, o di qualcosa che insistiamo debba essere fatto secondo i nostri criteri, o di un rancore que custodiamo gelosamente. Accettiamo, allora, di far cadere questo grano in terra, scegliendo, per esempio, un atto concreto di servizio gratuito, compiuto nel segreto e con un sorriso: come abbiamo meditato venerdì scorso, smettere di considerarsi il centro del mondo! In realtà, è in questo micro-rinunciamento, acconsentito per amore di Cristo, che la vita divina si svilupperà in noi in modo inaspettato.
Non temiamo di mancare. Come scriveva Paolo ai Corinzi, Dio è abbastanza potente da moltiplicare la nostra semente e far crescere i frutti della nostra giustizia: più doniamo, più il cuore si allarga per ricevere la grazia.
Orazione
Signore Gesù, chicco di grano caduto in terra per la vita del mondo, Tu conosci il timore che talvolta mi abita all'idea di perdermi o di mancare. Tu vedi come stringo i pugni sulle mie certezze, sul mio tempo e sui miei desideri. Donami oggi la grazia della mano aperta. Insegnami la gioia di donare senza calcolare e di servire senza aspettarmi un ritorno. Libera il mio cuore dalla ricerca di me stesso. Che il Tuo Santo Spirito fecondi i miei piccoli rinunciamenti quotidiani, affinché, sull'esempio di san Lorenzo, io sappia riconoscere il Tuo volto nei miei fratelli più poveri e trovare la mia unica gloria nel seguirti là dove Tu sei. Amen.






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