La dolcezza della Parola e la grandezza dei piccoli
- 10 ago
- Tempo di lettura: 5 min
(Martedì, 11 agosto ; S. Chiara, vergine – Memoria)
Letture della Messa: Ez 2, 8 – 3, 4 ; Sal 118 (119) ; Mt 18, 1-5.10.12-14
L'esperienza cristiana non comincia con un'idea, né con una teoria filosofica, ma con un evento che tocca i nostri sensi e trasforma la nostra esistenza: l'incontro con una Parola che si dona da mangiare. Domenica scorsa, la liturgia ci invitava a fissare lo sguardo su Cristo, che cammina sulle acque e ci tende la mano in mezzo alle nostre tempeste: una chiamata alla fiducia radicale. Questa settimana, la liturgia sviluppa questa illuminazione domenicale mostrandoci come questa fiducia si nutra nel quotidiano. Per não affondare nelle meraviglie — o, per meglio dire, nelle trappole di questo mondo —, ci vuole un alimento sostanzioso e una particolare disposizione del cuore.
Le letture di questo giorno aprono davanti a noi un cammino spirituale di una coerenza luminosa: nella prima lettura, il profeta Ezechiele riceve l'ordine di mangiare il rotolo della Parola, e Gesù, nel Vangelo, ci svela che l'accesso al Regno appartiene a coloro che si fanno piccoli. La Parola mangiata e assimilata produce in noi l'infanzia spirituale.
1. La Parola di Dio non è un'idea, è un nutrimento
Nella visione di Ezechiele, la Parola di Dio non si presenta come un discorso da ascoltare o analizzare a distanza. Il Signore dice al profeta: «Apri la bocca e mangia ciò che io ti do.» In ebraico, il termine davar (דָּבָר) significa al tempo stesso "parola", "evento" e "realtà". Mangiare il rotolo significa far entrare la volontà di Dio nel più intimo del nostro essere, lasciarla impregnare le nostre viscere, la nostra memoria, la nostra intelligenza e la nostra affettività.
Questo rotolo era tuttavia pieno di «Lamenti, pianti e guai». Conteneva, infatti, la realtà ferita della storia umana, il peso del peccato d'Israele. Eppure, non appena Ezechiele lo inghiotte, constata: «Fu nella mia bocca dolce come il miele.» Qui siamo davanti a un mistero meraviglioso e profondo di esegesi spirituale: quando accogliamo la verità di Dio, anche quando essa mette a nudo la nostra miseria, i nostri limiti o le prove della nostra vita, essa diventa dolcezza. Perché? Perché la verità di Dio è sempre sostenuta dal suo amore redentore: non è una Parola che condanna, ma una Parola che salva e restaura. Finché teniamo la Parola di Dio al di fuori di noi, come un libro su uno scaffale o una regola morale esteriore, ci sembra pesante; ma non appena la mangiamo — attraverso la meditazione quotidiana, la lectio divina e l'accoglienza eucaristica —, essa diventa la gioia del nostro cuore, esattamente come canta il Salmo di oggi: «Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse!».
2. Il paradosso della grandezza secondo il Regno
È precisamente questo nutrimento divino che trasforma il cuore dei discepoli nel Vangelo di oggi, dove i discepoli si avvicinano a Gesù con una domanda profondamente umana, ma falsata dalla logica del mondo: «Chi è dunque il più grande nel regno dei cieli?». Essi ragionano ancora secondo la logica del potere, del merito, della competizione e dell'autoaffermazione. Ma la risposta di Gesù è un gesto profetico sconvolgente: Egli non cita nessuno dei rabbi della sua epoca, nessuno scriba né dottore della Legge, non indica alcun potente di questo mondo, ma chiama un bambino e lo pone in mezzo a loro.
Il testo originale greco utilizza paidion (παιδίον, un bambino piccolo, un fanciullo o una fanciulla), ma in aramaico — la lingua parlata da Gesù —, la parola talya può significare sia "bambino" sia "servo/servitore". Ovviamente Gesù non fa qui la promozione di una childishness ingenua o di una sentimentalità leziosa. Inoltre, nel mondo antico, il bambino è colui che non ha uno status giuridico, colui che non possiede nulla da sé, colui che dipende interamente dalla bontà dei suoi genitori. Il bambino, dunque, non si definisce per ciò che ha compiuto, ma per ciò che riceve.
Diventare come bambini significa, allora, compiere una conversione radicale del cuore: passare dall'illusione dell'autosufficienza all'umile riconoscimento della nostra dipendenza da Dio. E Gesù continua: «...chi si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli». Il vero adulto nella fede è colui che ha rinunciato ad essere il proprio salvatore per lasciarsi portare dal Padre.
3. La logica del Buon Pastore: nessuno dei piccoli deve perdersi
Non pensiamo che questa piccolezza sia una debolezza che il cielo tollera; no! Essa è il luogo stesso in cui risiede il cuore di Dio. Gesù continua avvertendo severamente: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli». E il testo si conclude con la bellissima parabola del pastore che lascia le novantanove pecore sui monti per andare a cercare quella che si è smarrita.
Nella logica contabile umana, abbandonare novantanove pecore per una sola è una follia gestionale. Ma nella logica del Padre celeste, ogni anima ha un valore infinito. Il testo greco utilizza il verbo planēthē (πλανηθῇ) per designare la pecora smarrita, sottolineando che si é allontanata dalla strada, si é persa, é stata condotta fuori dalla retta via. Attraverso questa parabola Gesù ci svela che il Padre non si rassegna mai alla perdita di uno solo dei suoi figli, e che la Sua gioia è una gioia d'alleanza e di ritrovo. Quando ci scopriamo fragili, peccatori, "piccoli", non siamo lontani da Dio: siamo al contrario il bersaglio prioritario della sua ricerca appassionata.
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
Santa Chiara d'Assisi, che festeggiamo oggi, ha incarnato questo messaggio fino alla perfezione. Figlia di nobile famiglia, ha lasciato tutto per sposare la "Altissima Povertà", facendosi la "piccola pianta" di san Francesco d'Assisi. Ha compreso che la vera ricchezza non consiste nell'accumulare, ma nello svuotarsi di tutto per essere riempita della presenza divina. Si è nutrita della Parola e del Pane della Vita, trovando nell'Eucaristia la forza di respingere gli eserciti nemici e di irradiare la pace.
Oggi, proponiamoci di compiere tre passi molto concreti nella nostra vita quotidiana:
Mangiare la Parola: Dedichiamo dieci minuti oggi per leggere la Bibbia. Non leggiamola solo con la testa; ruminiamola nel nostro cuore finché non diventi dolce per la nostra anima.
Scegliere la piccolezza: Nelle nostre relazioni di questo giorno, rifiutiamo la tentazione di avere l'ultima parola, di imporre la nostra superiorità o di cercare di brillare. Scegliamo l'umiltà del servizio discreto alla Verità e non alla nostra verità.
Guardare gli altri con gli occhi del Padre: Non disprezziamo nessuno. Rivolgiamo uno sguardo di infinita tenerezza sulle persone fragili, ferite o smarrite che incroceremo oggi, ricordandoci che il loro angelo vede senza posa il volto del Padre.
Preghiera
Signore Gesù, Tu hai fatto della volontà del Padre il tuo nutrimento di ogni giorno, e ci inviti a ricevere la Tua Parola come un pane d'amore e di vita. Donami oggi la grazia di aver fame della Tua Verità, affinché essa penetri nelle mie viscere e trasformi la mia durezza in dolcezza.
Guarisci il mio cuore dall'orgoglio, dal bisogno di apparire e dalla ricerca di grandezza. Concedimi lo spirito d'infanzia, la santa semplicità dei piccoli, che sanno che tutto è grazia e che Tu sei la loro unica sicurezza.
Guarda la mia debolezza, Signore, e se oggi dovessi smarrirmi, vieni a cercarmi sulle mie montagne d'orgoglio o nelle mie valli di paura. Fa' di me uno strumento della Tua tenerezza verso coloro che sono disprezzati o dimenticati.
Santa Chiara d'Assisi, prega per noi, affinché diventiamo veri adoratori in spirito e verità. Amen.
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