Il sussurro della brezza e l'audacia della fede
- 8 ago
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(19ª Domenica del Tempo Ordinario — Anno A)
Letture della Messa: 1 Re 19, 9a.11-13a ; Sal 84(85) ; Rm 9, 1-5 ; Mt 14, 22-33
I testi di questa domenica ci invitano a compiere una traversata; una traversata che non è soltanto geografica o fisica, ma profondamente interiore. Nella prima lettura, il profeta Elia, esausto per il combattimento spirituale e braccato, si rifugia all'Oreb per cercarvi la presenza del Signore: egli si aspetta la potenza, lo splendore, la dimostrazione di forza. Nel Vangelo, vediamo i discepoli che lottano in piena notte contro le onde e il vento contrario sul lago di Tiberiade. In entrambi i racconti, Dio si manifesta laddove non lo si aspetta e disarma le nostre rappresentazioni umane. Appoggiandoci sull'intuizione di san Paolo nella seconda lettura (dalla Lettera ai Romani) — che soffre per la distanza tra il suo popolo, i giudei, e il Messia —, comprendiamo che il disegno di Dio non si impone con la violenza del mondo, ma si dona nella libertà, nella dolcezza e nella fiducia pura.
1. Dal fracasso del mondo al sussurro della presenza
La prima lettura, dal Primo libro dei Re, ci mostra Elia sul monte. Un uragano violento sfascia le montagne, un terremoto scuote la creazione, un fuoco devora l'orizzonte; tuttavia, il testo ripete con un'insistenza quasi pedagogica: «il Signore non era» in questi fenomeni spettacolari. Dio sceglie di passare nel «sussurro di una brezza leggera». Sul piano dell'esegesi biblica, l'espressione ebraica utilizzata qui — qôl demamah daqqah (ק֖וֹל דְּמָמָ֥ה דַקָּֽה) — significa letteralmente "piccola o sottile voce calma, sussurrata", ma si traduce più esattamente con "la voce di un silenzio sottile" o il "suono di un silenzio fine". Non è semplicemente un venticello fresco, ma la Presenza paradossale di Dio che si fa spazio, silenzio, interiorità.
Commettiamo spesso l'errore di cercare Dio nell'straordinario, nello spettacolare o persino nella forza bruta; vorremmo che risolvesse i nostri problemi con un colpo di fulmine. Ma il Dio della rivelazione biblica è un Dio che si fa disparte per lasciare posto alla relazione; Egli non frantuma la nostra coscienza, ma la risveglia. Elia deve coprirsi il volto con il mantello per uscire dalla caverna, perché comprende che per incontrare l'Altissimo bisogna abbandonare la violenza del mondo ed entrare nel santuario dell'ascolto.
2. Il Cristo sul mare: la vittoria sul caos
Questa rivelazione di un Dio vicino e pacifico trova il suo compimento ultimo nel Vangelo. Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù "obbliga" i discepoli a salire sulla barca, mentre si ritira sul monte a pregare, solo nella notte. Nel frattempo, la barca è sballottata dalle onde. Nella simbologia biblica, il mare agitato e la notte rappresentano le forze del caos, il male, la morte e tutto ciò che sfugge al controllo dell'uomo.
Quando Gesù viene verso di loro camminando sulle acque alla fine della notte, compie un gesto riservato a Dio Padre nell'Antico Testamento: calpesta il caos! Eppure, la prima reazione dei discepoli non è la fede, ma il terrore: «È un fantasma!», dicono; confondono il Salvatore con le loro stesse paure... Ma la risposta di Gesù è un'affermazione divina: «Coraggio! Sono io; non abbiate paura!». Il termine greco utilizzato (ἐγώ εἰμι, Egō eimi) significa "Io Sono": lo stesso termine che la traduzione greca della Torah (LXX) utilizza in Es 3,14 al momento della rivelazione del Nome di Dio a Mosè nel Rovereto Ardente. Dunque, nel Vangelo di oggi, vediamo che nel mezzo della tempesta Gesù non calma immediatamente il vento, ma rivela la sua divinità ai discepoli e offre la sua Presenza.
3. L'audacia di Pietro e la trappola dello sguardo
È allora che Pietro prende la parola: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Pietro non chiede un miracolo per fare spettacolo; chiede di raggiungere il suo Maestro. E Gesù risponde con una sola parola: «Vieni!».
Il testo è chiaro nel farci comprendere che, finché Pietro tiene i suoi occhi fissi su Cristo, l'impossibile diventa possibile: cammina sulle acque. Questo ci fa comprendere che la fede non è una capacità umana suprema, ma un'adesione alla persona di Cristo che ci rende capaci di superare ciò che dovrebbe inghiottirci. Ma il Vangelo nota anche, con una grande finezza psicologica, che Pietro, «vedendo che il vento era forte, s'impaurì»; vale a dire che, non appena Pietro stacca lo sguardo da Gesù per concentrarsi sulla minaccia, sulle onde, sulla sua propria debolezza, la gravità della sua condizione umana lo raggiunge ed egli comincia ad affondare. È l'immagine esatta delle nostre vite spirituali: non appena meditiamo sui nostri problemi anziché sulla Grazia, affondiamo sotto il peso delle nostre inquietudini.
4. La mano tesa e la salvezza immediata
Nella sua angustia, Pietro ha il riflesso più giusto di tutta la sua vita. Infatti, non tenta di nuotare con i propri mezzi, non fa un grande discorso teologico, ma grida: «Signore, salvami!». Questo grido è la preghiera essenziale, la preghiera del cuore che attraversa i cieli.
Il Vangelo precisa che «subito Gesù stese la mano, lo afferrò». Gesù non aspetta che Pietro abbia ripassato la sua teologia o che sia tornato ad essere forte, ma stende la mano immediatamente per salvare e rialzare Pietro: la Salvezza è immediata. La dolcezza del rimprovero di Cristo è intrisa di un amore paterno: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Il dubbio qui non è un'assenza totale di fede, ma una fede divisa, un cuore scisso tra la fiducia in Dio e la paura del mondo. Una volta saliti sulla barca, il vento cede e la comunità dei discepoli si prostra in una confessione di fede liturgica: «Davvero tu sei il Figlio di Dio!».
Con questa conclusione del Vangelo, impariamo come dobbiamo leggere le nostre esperienze quotidiane. Qualcuno potrebbe dire che i discepoli hanno fallito in questa prova; ma se leggiamo questa esperienza più profondamente, attraverso questo risultato finale di adorazione, comprendiamo che la tempesta è servita ai discepoli per farli passare da una conoscenza superficiale di Gesù a un'adorazione vera.
5. La prova della speranza in san Paolo
Questa dinamica della fiducia nel cuore della prova illumina ugualmente la toccante confidenza di san Paolo nella seconda lettura di oggi. L'Apostolo esprime una «grande tristezza» e un «sofferenza continua» nel vedere che i suoi «fratelli di sangue» non hanno riconosciuto tutti il Cristo. Paolo soffre per un vento contrario di un'altra natura, quello della resistenza del cuore umano all'Amore. Ma sull'esempio di Elia e di Pietro, Paolo non dispera. Sa che i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili e che, anche attraverso i devii della storia e le oscurità dell'incomprensione, la fedeltà divina prevarrà. Come ricordava santa Teresina del Bambino Gesù: «Ciò che mi dà fiducia è che il Buon Dio è così buono, così misericordioso che sa bene di che cosa siamo fatti. Si ricorda che siamo solo polvere» (Ultimi Colloqui di Santa Teresina del Bambino Gesù, 15 maggio 1897).
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
La liturgia di questa domenica ci offre uno specchio. Siamo tutti, in un momento o nell'altro, presi nelle tempeste dell'esistenza: lutti, preoccupazioni materiali, inquietudini per il futuro, crisi spirituali o prove familiari, ecc. E il mondo ci circonda con un rumore assordante che assomiglia agli uragani di Elia. La Parola di Dio ci dà oggi due consegne per la nostra vita spirituale:
Fare silenzio: Cerchiamo ogni giorno un istante di calma intima per ascoltare la voce di Dio. Egli non ci parla nel fracasso dei social o delle ire umane, ma nel «sussurro di una brezza leggera».
Fissare lo sguardo su Cristo: Quando la tempesta si leva nel nostro cuore, cessiamo di guardare l'altezza delle onde o di misurare la forza del vento: guardiamo a Cristo! Se sentiamo che stiamo affondando, non abbiamo vergogna di gridare immediatamente: «Signore, salvami!», perché la Sua mano è già tesa.
Preghiera
Signore Gesù, Tu conosci le barche delle nostre vite, sai quanto i venti contrari di questo mondo possano talvolta spaventare la nostra debole fede.
Quando la notte si fa lunga e il dubbio mi assale, insegnami a riconoscere la Tua presenza. Liberami dalla tentazione di guardare i miei timori e donami la grazia di tenere gli occhi fissi su di Te.
Fammi ascoltare, nel più profondo della mia anima, la Tua parola di pace: «Coraggio! Sono io; non temere». E se il piede mi manca, se l'onda mi sommerge, vieni ad afferrarmi con la tua grazia e riportami nella pace della Tua dimora. Amen.






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