Il giusto vivrà per a sua fedeltà
- 7 ago
- Tempo di lettura: 4 min
(Sabato, XVIII Settimana del Tempo Ordinario - Anno A; S. Domenico, Padre - Memoria)
Letture della Messa: Ab 1, 12 – 2, 4 ; Sal 9A(9) ; Mt 17, 14-20
Il Vangelo di questo giorno ci immerge nel cuore di un'esperienza umana e spirituale universale: la prova del sentimento di impotenza. Un padre disperato porta il suo figlio malato ai discepoli, ma questi non riescono a guarirlo. Davanti a questo fallimento, la reazione di Cristo sembra dura, quasi severa: «Generazione incredula e perversa...». Tuttavia, nel linguaggio biblico, i rimproveri del Signore non sono mai condanne senza appello, ma sono precisamente appelli appassionati alla conversione del cuore. Dunque, qui, Gesù non fa una reprimenda morale, ma una diagnosi spirituale: Egli mette il dito sulla radice profonda della nostra sterilità spirituale, la nostra mancanza di fede. La domenica precedente contemplavamo la moltiplicazione dei pani, in cui il Signore partiva da cinque pani e due pesci per nutrire una folla immensa; oggi, Egli ci ricorda che Dio non ha bisogno delle nostre grandi capacità, ma della nostra piccolezza fiduciosa.
1. Il lamento del profeta e il silenzio di Dio
La prima lettura, dal libro del profeta Abacuc, si apre con un grido che attraversa i secoli: perché Dio sembra silenzioso davanti al male e all'oppressione? Il profeta contempla il trionfo dei violenti e lo sgomento dei giusti. È esattamente la stessa esperienza che attraversa questo padre nel Vangelo: vede la sofferenza di suo figlio, travolto da una forza distruttrice che lo getta talvolta nel fuoco, talvolta nell'acqua, e gli uomini di Dio sembrano incapaci di porvi rimedio.
Di fronte al disordine del mondo, la tentazione è di misurare la presenza di Dio alla misura dei nostri risultati immediati. Ma la prima lettura non ci permette di ragionare in questo modo; infatti, il Signore risponde ad Abacuc dicendogli: «La visione si affretta verso il suo termine... se indugia, attendila». La risposta di Dio non è un intervento magico che elimina la prova in un istante, ma un invito alla pazienza spirituale. Il giusto non vive delle sue certezze immediate né dei suoi successi visibili, ma della fedeltà del Signore.
2. Il dramma della "poca fede"
Quando i discepoli chiedono a Gesù in disparte: «Per qual motivo noi non siamo riusciti a scacciarlo?», la risposta del Maestro è di una chiarezza sconcertante: «Per la vostra poca fede». Eppure i discepoli avevano ricevuto il potere di insegnare e di guarire: dove risiedeva dunque il loro errore? Essi hanno probabilmente cercato di agire con le proprie forze, appoggiandosi sul loro status, sulle loro tecniche o sull'abitudine del loro ministero.
La "poca fede" di cui parla Gesù non designa una quantità di adesione intellettuale, ma un atteggiamento del cuore: avere poca fede significa appoggiarsi sulle proprie competenze pur rivendicando il nome di Dio; avere poca fede significa cercare di gestire il mistero della Grazia come una tecnica umana. Quando ci appoggiamo sulle nostre forze per cambiare il cuore di una persona, per guarire una relazione spezzata o per far avanzare la Chiesa, siamo inevitabilmente messi di fronte alla stessa impotenza: il demonio dell'orgoglio e della divisione non cede davanti ad argomenti o a strutture, ma davanti alla nudità della fiducia in Dio.
3. La potenza del granello di senape
Per correggere la falsa concezione dei discepoli, Cristo utilizza un'immagine suggestiva, quella del granello di senape: il più piccolo di tutti i semi diventa il simbolo della fede autentica. Perché? Perché il granello di senape, per quanto piccolo, non tiene nulla per sé, si dona interamente alla terra, accetta di essere sepolto per lasciare agire una forza che lo supera assolutamente.
La fede non è una forza di volontà eroica che dovremmo fabbricare da noi stessi; la fede è un atto di abbandono con cui lasciamo che Dio sia Dio in noi. Mettere la propria fede nel Signore significa riconoscere la nostra povertà radicale e lasciare che la Sua potenza agisca attraverso la nostra debolezza. È per questo che Gesù afferma che nulla sarà impossibile a chi possiede una tale fede: non perché l'uomo diventi onnipotente, ma perché nulla fa più ostacolo all'azione di Dio. Il granello di senape sposta le montagne del nostro egoismo, dei nostri timori e delle nostre disperazioni, poiché fa entrare l'Infinito nella piccolezza della nostra esistenza.
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
Nel quotidiano delle nostre vite, incontriamo frequentemente delle "montagne": una prova di salute, una difficoltà familiare duratura, un vizio da cui non riusciamo a staccarci, o il sentimento che le nostre preghiere rimangano senza risposta. La liturgia di oggi viene a rinnovare il nostro sguardo.
Invece di esaurirci volendo spostare queste montagne con i nostri calcoli o con la sola nostra volontà, il Signore ci chiede di portargli la nostra povertà: la vera fede comincia dove finiscono le nostre false sicurezze. Oggi, non cerchiamo di essere forti da noi stessi. Prendiamo la risoluzione di affidare a Gesù questa situazione precisa che ci supera, dicendogli con la semplicità del granello di senape: «Signore, io non posso nulla, ma Tu puoi tutto. Mi fido della Tua fedeltà».
Preghiera
Signore Gesù, vengo a Te con la mia poca fede, le mie esitazioni e i miei limiti. Spesso mi esaurisco volendo risolvere tutto da me stesso, e mi scontro con la mia impotenza e il mio sconforto. Donami la grazia di una fede pura come il granello di senape, una fede che non si appoggia sui miei meriti, ma sulla Tua bontà infinita e sulla Tua potenza di salvezza. Insegnami a stare al mio posto di guardia nella prova, ad attendere la Tua ora con pazienza e fedeltà. Prendi la mia vita, prendi le mie montagne impossibili da valicare, e manifesta in me la vittoria della Tua grazia. Amen.






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